Curiosità Archivi - Vinarte
  • Nella terra dell’Amarone

    Bacco giramondo – Le colline del Garda e della Valpolicella-Veneto – Prima parte

    Alcuni reperti fossili di ca. 40 milioni di anni fa, rinvenuti nella «pescaia» di Bolca di Vestenanova sui Monti Lessini, avevano fissato nella roccia l’immagine di alcune foglie ed infiorescenze delle Ampelidee, progenitrici dell’odierna Vitis vinifera sativa.

    L’uomo non era ancora comparso sul pianeta e per ritrovare altri segni degni di nota sul nostro tema, si deve arrivare all’era delle palafitte, lungo le coste del lago di Garda, sia sulla sponda bresciana, sia a Peschiera e Lazise nel Veronese, dove furono rinvenuti vinaccioli ed utensili collegati «forse» a rudimentali processi di vinificazione. Questo testimonia l’intenso legame che il Veneto ha con la viticoltura. Forse è proprio in virtù di questa secolare tradizione che il territorio di questa regione si presenta molto vario e ricco dal punto di vista ampelografico.

    Intorno al 1000 a.C. i Veneti si insediarono nella regione, seguiti tra il VII e V sec. a.C. dagli Etruschi e dai Reti Arusmati, il loro incontro portò un certo successo nell’arte della vinicoltura. La fama del vino Retico arrivò con la dominazione romana e più tardi con le invasioni barbariche, che portarono alla decadenza la coltura della vite. Intorno all’anno 1000 la coltura della vigna pare diventare l’attività prevalente, prosperando sotto la Serenissima Repubblica di Venezia.

    Tra momenti di alta produzione e altri più drammatici come l’inverno del 1709 e la «filossera» del secolo scorso, oggi il Veneto è la principale regione italiana per quantità di uva prodotta, ma anche per la produzione di vini, quasi 9 milioni di ettolitri, su di una superficie vitata di ca. 80’000 ettari, dove un ruolo di particolare rilevanza per la penetrazione nei vari mercati, è stata data dal «fenomeno» Prosecco, ma è il Soave, con le sue varie tipologie di vini e i suoi 7000 ettari collocati sulle colline della parte orientale di Verona, che detiene la palma del «più esteso vigneto d’Europa».

    I quasi 19’000 kmq del territorio Veneto, vengono occupati dal 56,4% da pianura, 29,1% da montagna e il 14,5% da collina, sui quali predomina un clima temperato subcontinentale, dove l’azione mitigatrice del Mar Adriatico e la protezione dai venti freddi del nord data dalle Alpi, svolgono un ruolo molto importante.

    Il Veneto presenta dei terreni molto variegati che permettono ai vari vitigni di esprimersi su diversi livelli di qualità. Sulle sponde limitrofe al lago di Garda (sponda veronese), troviamo due diverse zone, dove i vitigni come il Corvina, Rondinella, Molinara, Rossignola e Corvinone, si esprimono in modo diverso. Sui terreni morenico-glaciali della zona di Bardolino, troviamo vini freschi e fruttati, mentre in Valpolicella con i suoli ricchi di argilla, arenaria e calcare, danno vini ricchi di colore, corpo, speziatura e mineralità. Per ottenere vini più ricchi di profumi è diffusa la pratica «dell’uvaggio», la Corvina assicura colore, profumi fruttati, floreali e acidità, la Rondinella apporta corpo, profumi speziati e armonia, la Molinara acidità e un gusto delicatamente amarognolo.

    Uscendo dalla A4 provenienti da Milano, usciamo a Peschiera del Garda e bordeggiando il lago arriviamo a Lazise, piacevole borgo lacustre, dove ci concediamo una piccola pausa concedendoci un buon bicchiere di Lugana, qui chiamato Turbiana, dai piacevoli profumi di fiori bianchi, agrumi e albicocche, la sua struttura suggerisce di abbinarlo ad un piatto locale come la «tinca con polenta». Questa è una terra tutta da bere, dove i vini si sposano a meraviglia con i piatti della tradizione scaligera. Proseguiamo in direzione nord, verso Bardolino, celebre per l’omonimo vino rosso. I suoli morenici e l’escursione termica tra il giorno e la notte, permettono di ottenere un vino dai sentori di ciliegia, frutti di bosco e una piacevole speziatura. Il Bardolino Superiore Classico è stato il primo vino rosso veneto ad ottenere nel 2001 il riconoscimento D.O.C.G.

    Il rosa intenso, il frutto rosso quasi di macedonia e i profumi leggermente floreali del Bardolino Chiaretto che abbiamo gustato nella pausa di mezzodì, è stato il giusto abbinamento alla nostra «insalata estiva di pesci di lago».

    La Valpolicella è la zona collinare che si estende a nord di Verona, solcata dai corsi d’acqua di tre torrenti (qui chiamati «progni»), che dai Monti Lessini scendono verso l’Adige, formando 3 valli parallele, dove il paesaggio è dominato dai vigneti e da eleganti dimore. Qui allevati con la classica «pergola veronese» i vitigni sopracitati e in misura minore la Forselina, la Negrara e l’Oseleta, danno vini di prestigio come: il Valpolicella Superiore, il Ripasso della Valpolicella, l’Amarone e il Recioto.

    Arrivando da Bardolino, entriamo in quella che viene definita la zona Classica di produzione dei vini della Valpolicella, caratterizzata da 5 aree geografiche che producono vini dalle caratteristiche organolettiche differenti. A Sant’Ambrogio, famoso anche per il suo marmo rosso, su terreni calcarei, si ottengono vini longevi, strutturati e di una contenuta acidità. Scendendo a valle lungo il torrente, arriviamo a Fumane, i vigneti si trovano su rocce calcaree stratificate e i vini ottenuti hanno delle note floreali, morbidi, di corpo e una buona longevità in cantina. Salendo la Valle del progno Marano, raggiungiamo il villaggio che porta lo stesso nome, è questa una delle zone più coltivate, situata tra i 300-400 m, i suoli sono costituiti da vulcaniti basaltiche, i vini prodotti sono molto eleganti, con intensi profumi di ciliegia e prugna secca, con una buona acidità. In loco abbiamo provato tra l’altro un Recioto della Valpolicella Classico 2014, dal colore rubino molto concentrato, al primo impatto olfattivo ci ha colpito il sentore di erbe officinali, seguito subito da profumi di confettura di frutta matura, con un finale che ci ha avvolto in un abbraccio di cacao e spezie, lo abbiamo provato con i «bussola», delicati biscotti con pinoli, canditi, mandorle, cioccolata a pezzi, pepe e noce moscata, il ricordo dei quali ci fa tornare l’acquolina in bocca. Forse il moderno Recioto è l’erede prodotto più di 2000 anni fa con uve appassite.

    Scendendo una piacevole vallata bordata da colline di cipressi, arriviamo nel tardo pomeriggio a Negrar. Questa zona vanta la produzione dei «cru» più prestigiosi: su un suolo argilloso-limoso, le uve danno vini di grande struttura e longevità, con un’eleganza fuori dal comune. Nel tardo pomeriggio passando da Pedemonte, dove visitiamo la Villa Serego-Boccoli (XVI sec.), progettata dal Palladio, attraversiamo San Pietro in Cariano, storico centro politico e amministrativo della Valpolicella, dove su terreni alluvionali chiude a sud la zona Classica, producendo vini dalle note balsamiche e speziate.

    Con gli amici Piero ed Ercole, alla sera ci fermiamo a Pescantina, dove in località Ospedaletto siamo ospiti della famiglia Tommasi, nel complesso seicentesco di Villa Quaranta. I «bigoli (specie di grossi spaghetti) con il sugo d’anatra», vengono innaffiati da un’intrigante e fresco Valpolicella Superiore, mentre la classica «pastissada de caval» (stufato di cavallo con pomodoro), viene esaltata da un magnifico Amarone de Buris 2008, una vera eccellenza, quasi impenetrabile alla vista, con un’incredibile concentrazione di frutta rossa: un vino grandioso che raggiunge i vertici dell’eccellenza, che il nostro anfitrione ha voluto con grande signorilità condividere con noi.

    / Davide Comoli

  • Nelle vigne del Signore

    Vino nella storia – Quel che si deve ai monaci dei secoli XII-XIII: dai Benedettini delle origini, passando dai Cluniacensi, fino ai Cistercensi

    Il vino è sicuramente uno dei temi attorno al quale, sia pure con gli equivoci sfondi delle taverne, si sviluppa quel poco di poesia laica che il Medioevo è riuscito a farci pervenire. Il vino, tutto sommato, resta una delle poche fievoli luci che riescono a illuminare quelli che noi chiamiamo «secoli bui».

    Una luce che, forse grazie ai Clerici Vagantes, riesce a trovare uno spiraglio nello spazio lasciato di proposito aperto nei massicci portoni dei monasteri, per permettere l’ingresso alla bevanda sacra a Bacco. Uno spiraglio incredibilmente lasciato socchiuso dalla rigida Regola di San Benedetto, disposta a fare concessioni riguardo il prodotto della vigna.

    Nel capitolo XL della Regula Benedicti, intitolato De mensura potus (La misura della bevanda; ovvero La quantità del bere), si ritiene che – in linea di massima – per ogni monaco «un’emina* di vino al giorno sia sufficiente» (*misura greca che equivale a circa ½ litro), e non trascura di aggiungere che «quelli ai quali Dio dà la forza di astenersene sappiano che avranno una ricompensa particolare». In ogni caso continua: «se le esigenze locali o il lavoro o il caldo d’estate richiederanno di più, stia al superiore giudicarlo, badando che in nessun caso subentri sazietà e ubriachezza». Alla base di questa concessione della Regola, c’è una considerazione che poggia sul buon senso: «Siccome oggi non è possibile persuadere i monaci, acconsentiamo almeno che non si beva fino alla sazietà, ma con moderazione, perché il vino fa apostatare anche i saggi».

    Quanta saggezza! Se proprio il peccato non si può evitare, che almeno lo si commetta senza suscitare troppo scandalo.

    Per questi peccati minori («veniali» cioè «perdonabili»), nel Medioevo la Chiesa con un colpo di genio, s’inventa anche il luogo per l’espiazione: il Purgatorio.

    Il secolo XI ebbe un inizio (994) e una fine (1109). Fu il secolo che dipanandosi, diede avvio a un profondo cambiamento nella storia dell’Europa occidentale: l’assoluta affermazione della superiorità e centralità della Chiesa di Roma, l’innalzamento a legge indiscutibile di tutte le norme elaborate a Roma e il passaggio in secondo piano di tutte le altre Chiese locali.

    In quel tempo già molti monasteri si erano un po’ allontanati dalla Regola benedettina; la tolleranza agli eccessi di carne e di vino era divenuta a poco a poco un’abitudine. E proseguì fino a produrre una reazione contraria. Una grossa spinta al ritorno a un modello di vita monastica che accentuasse gli aspetti penitenziali e ascetici della Regola benedettina, perseguendo con maggior rigore la povertà e l’isolamento, fu data dall’Abbazia di Cîteaux (Cistercium), fondata nel 1098 da Roberto Molesme. Nel 1119, l’abate Stefano Harding formalizzò la proposta religiosa contenuta nella Carta Caritatis, con la quale i Cistercensi rifiutavano inizialmente i diritti signorili e quelli connessi con il controllo delle chiese. Anche se alla fine del XIII sec., certi ideali cominciarono a venir meno, la regola Cistercense ci ha lasciato un’immagine positiva della figura del monaco, non solo dal punto di vista istituzionale, ma anche per quel che concerne la gestione economica.

    Più dei Benedettini delle origini, i monaci Cluniacensi, e ancora di più i Cistercensi, diventano dei viticoltori. In Borgogna questi ultimi creano tra il XII e il XIII sec., una «corona» di vigne, acquisendo (senza eccedere nel bere), un solido sapere viticolo ed enologico. È certo che stabilirono il rapporto che esiste tra «terroir» e vitigno, forse in modo empirico. Vuole la leggenda che i monaci, per analizzare il suolo, mettevano in bocca piccole particelle di terra, sia quelle ricevute in dono quanto quelle strappate alla boscaglia.

    Alla fine del XIII sec., i climats, così erano e sono tutt’ora chiamati gli appezzamenti vocati alla viticoltura, si distinguevano e venivano identificati per il loro aspetto fisico (Montrachet, e Mont Chauve), per la loro pedologia (les Perrières, les Grèves, les Gravières), per le loro particolarità botaniche (les Charmes, les Genevrières). Sfruttando il materiale di cava essi non lesinano il materiale per le loro chiese e con lo stesso ardore, edificano luoghi per la fermentazione delle uve e capaci cantine ove stoccare il vino. La cantina di vinificazione del castello di Clos de Vougeot è lunga 27 metri, larga 16 e alta 6, mentre la vicina cantina sotto lo Château di Gilly, poteva contenere sino a 2mila «pièces» (botti da 228 l).

    Oggi qualcuno avanza seri dubbi sul ruolo dei Cistercensi nelle nostre campagne: gli storici sostengono che essi abbiano beneficiato di una dinamica già in atto da tempo nelle campagne europee. Ma per noi che scriviamo quei Monaci rimangono i dissodatori, dall’Armorica all’Elba, dalla Scandinavia alla Andalusia; per noi, essi hanno creato radure nelle fitte foreste, provetti idraulici hanno domato fiumi e drenato paludi, pionieri della rotazione triennale sono riusciti a ottenere alti rendimenti agricoli; per noi hanno selezionato grandi vitigni.

    I cellieri Cistercensi costruiti nelle regioni viticole più rinomate, per la maggior parte hanno resistito al tempo come ad esempio Eberbach, nel cuore dei vigneti di Rheingau al già citato Clos de Vougeot o a La Bussière, sempre in Borgogna. Per questo motivo i Cistercensi costituiscono una testimonianza primaria nella produzione del vino nel Medioevo insieme ad altri Ordini.

    Tempo fa, spinti dalla passione enologica e dalla voglia di capire meglio il mondo del Monachesimo medioevale, abbiamo cercato delle «appellations» di vini che avessero un’origine monastica, attualmente ce ne sono 109 in Francia, 45 in Germania, 27 in Austria, 17 in Italia, 12 in Svizzera, 9 in Portogallo, 7 in Spagna, 5 in Grecia e 2 dubbiose in Gran Bretagna.

    Scelto per voi

    Michel Genet Champagne

    La famiglia Genet ha una lunga storia radicata a Chouilly, villaggio situato lungo la D3 tra Épernay e Ay.

    Antoine, Vincent e Agnes hanno voluto onorare il padre dando il nome a questo Gran Cru brut nature, prodotto solo con uve Chardonnay; un blanc de blanc che ci stupisce per i suoi aromi floreali e vegetali.

    La complessità dei sentori di tostato, frutta secca e mandorle fresche che vengono espresse nel palato dallo Chardonnay con la maturazione – al quale non manca un tocco di mineralità e un finale che ricorda l’ananas maturo – fanno di questo Champagne l’ottimo partner per il brindisi di fine anno, sia come aperitivo sia come compagno su una lunga serie di piatti, dai pesci con salse saporite al pesce affumicato o ai piatti di carne aromatizzati con spezie orientali.

     

    / Davide Comoli

  • Per tutti è sinonimo di «vino toscano»

    Bacco giramondo – Tra Firenze e Siena, il Chianti viene prodotto in una vasta regione che va al di là dei suoi confini geografici

    Siamo nella Toscana Centrale, stiamo percorrendo la Strada Regionale 222. Si snoda tra colline: si rincorrono in una sequenza che sembra non interrompersi mai. Siamo nel Chianti.

    Regione situata tra Firenze e Siena, è delimitata a est dai monti che sovrastano il fiume Arno e si estende a sud nelle Valli della Greve, della Pesa, dell’Elsa e dell’Arbia. Questa zona ha uno straordinario fascino: tra cascinali ristrutturati e cantine ultramoderne che sfruttano tecnologie sofisticate, i vigneti sono curati come fossero aiuole fiorite.

    Sinonimo in tutto il mondo di vino toscano, il Chianti viene prodotto in una vasta zona che va al di là dei suoi confini geografici. La denominazione Chianti può così essere integrata con specifiche sottozone corrispondenti alle relative aree geografiche che sono: Colli Senesi è la zona più vasta; Chianti Rufina, denominata Pomino con il Bando Granducale del Settecento quando era considerata «il serbatoio» vinicolo di Firenze; Chianti Colli Fiorentini, che va da Fiesole a Scandicci; Chianti Montespertoli, la sottozona più giovane, disciplinata nel 1996; Chianti Colli Aretini, la più piccola con solo 140 ettari vitati; Chianti Colline Pisane, forse il meno «chiantigiano» influenzato dai venti che provengono dal mare; e il Chianti Montalbano, il classico «Chianti» molto semplice, da gustare con un panino al lampredotto, tenendo i piedi distesi sotto un tavolino da bar.

    Il disciplinare del Chianti prodotto in queste zone prevede l’impiego (minimo settanta per cento) di Sangiovese, completato dai soliti vitigni rossi sia autoctoni che alloctoni, ma anche in minima parte di Malvasia Trebbiano, uve a bacca bianca.

    Altra storia invece quella che riguarda il Chianti Classico, quello del Gallo Nero per intenderci, che si prende quasi settemila ettari di vigneti, tra Firenze e Siena. Un mondo che si stacca in modo particolare dal resto del territorio: qui batte forte il cuore della Toscana che esprime con vigore il suo carattere e la sua anima. Anche il nostro cuore ha dei sussulti quando ad una curva, magari in una di quelle famose «strade bianche», in un rettangolo strappato dalla macchia, scopriamo la rigorosa geometria di un vigneto.

    Dal 1966 il Chianti Classico (nove i comuni che compongono la D.O.C.G.) ha abbassato le rese per ettaro, ha definitivamente escluso i vitigni a bacca bianca e ha introdotto Cabernet Sauvignon e Merlot. Questi i parametri che lo differenziano dagli altri Chianti, sebbene resti comunque l’obbligo dell’ottanta per cento di Sangiovese nella produzione del vino.

    Il nome Chianti deriverebbe dalla voce etrusca «Klante» o «Klan» = acqua, si pensa che fosse il nome del torrente Mastellone affluente dell’Arbia. Mentre il Gallo è la bandiera del Chianti e la sua cresta ha la fierezza del grande Sangiovese che beviamo a Mercatale Val di Pesa. Elegante e possente, il nostro Chianti rende memorabile la degustazione, perché accompagnato da un «galletto» nutrito con tutti i sentimenti nell’aia accanto al ristorante, cucinato nel tegame.

    Proseguendo lungo la strada a tratti sinuosa e boscosa, raggiungiamo Badia a Passignano, situata sulla sommità di una dolce collina ricoperta di viti e cipressi. Da qui, scendendo, attraversiamo Sambuca, sfioriamo l’importante zona viticola di Olena, situata al confine del territorio fiorentino-senese, e arriviamo a Castellina in Chianti a 580 m, che gode di una posizione strategica tra le Valli dell’Elsa, della Pesa e dell’Arbia.

    Ci concediamo una breve sosta per visitare l’imponente palazzo Ugolino, per una degustazione in una delle pregiate cantine vinicole raccolte al suo interno.

    Tornando verso nord incontriamo il borgo di Panzano lungo una strada serpeggiante, questa zona è chiamata «la Conca d’oro del Chianti»; le vigne tutt’intorno formano un anfiteatro naturale, dove grazie al galestro con sabbia e gesso, i terreni danno la possibilità di produrre vini di un rosso profondo e di corpo.

    Una piccola deviazione prima di Greve ci porta nel grazioso paese di Montefioralle, con i suoi splendidi esempi di architettura rurale: qui nacque il grande navigatore Amerigo Vespucci. Greve è una grossa borgata, situata nel fondovalle dell’omonimo fiume, questa con Castellina e Radda sono le capitali storiche del vino italiano più famoso del mondo.

    Il paesaggio, che attraversiamo scendendo verso Radda, ci ricorda con vivezza la prima volta che visitammo le cantine di questa zona, i primi colloqui con gli enologi e i vari proprietari, passiamo davanti a Lamole, dove leggenda vuole che sia il luogo natale di Monna Lisa (la Gioconda).

    La frazione fortificata di Volpaia ha un suolo ricco di galestro e calcare, ciò che dona vini ricchi di polifenoli e acidità destinati a una lenta evoluzione, come il Sangiovese che abbiamo gustato per la cena. Qui il Gallo Nero ha lasciato nell’aria il suo chicchirichì possente, come questo vino che abbiamo abbinato a un «bove al Chianti». A Radda non ci fermiamo per la notte, non prima d’aver gustato un Occhio di Pernice, un Vin Santo con presenza di Sangiovese.

    Attraversiamo il territorio di Gaiole, dove i terreni sono molto poveri, ma ricchi di calcare, che permette di ottenere vini dai tannini decisi e longevi. Il borgo è circondato da poggi coltivati a vigneti. Scendendo verso sinistra incontriamo il castello di Meleto e poi, proseguendo a sud-est, arriviamo in una zona coltivata a vigneti e olivi, dominata dall’enorme mole merlata del castello di Brolio. Purtroppo, lo spazio che ci è concesso non permette di soffermarsi di più in questo luogo.

    Il successo del Chianti è legato alla famiglia Ricasoli. Bettino Ricasoli (1809-1880), il «barone di ferro», fu un’epica figura del Risorgimento italiano, ma inerente al nostro tema fu colui che introdusse la formula del «governo all’uso toscano» divulgando la composizione più idonea per il Chianti normale: Sangioveto 70%, Canaiolo 15%, Malvasia 15%. Eliminando la Malvasia e aumentando il Sangioveto per i vini da invecchiamento, siamo nel 1841, dà origine a una formula che durerà per oltre un secolo.

    Castelnuovo Berardenga è il borgo più a meridione del Chianti Gallo Nero.

    Scelto per voi

    Post Scriptum 2019

    Mentre a occhi chiusi portavamo al naso il Post Scriptum prodotto a São João da Pesqueira, in Portogallo, piccola Quinta (podere) situata lungo il fiume Douro, abbiamo avuto l’impressione (è un luogo da noi ben conosciuto) di respirare la sottile nebbiolina che alla sera avvolge il fiume, ricca di profumi.

    Il suo bellissimo colore di un profondo rubino, la sua struttura e gli intensi profumi di mora, mirtillo e cuoio, dei tipici vitigni Touriga Nacional, Touriga Franca, Tinta Roriz e Tinta Barroca, ci danno un finale molto minerale con sfumature resinose, e fanno di questo vino un prodotto delicato e nello stesso tempo potente.

    Ottimo, lo consigliamo con piatti di carne strutturati come gli straccetti e la selvaggina, noi lo abbiamo provato con dei Tournedos di manzo al vino rosso: una bontà.

     

    / Davide Comoli

  • I clerici vagantes delle taverne

    Vino nella storia – Il Medioevo? Un mondo in cui «Beve il papa, beve il re, bevon tutti senza regola, beve quello, beve quella, beve il servo con l’ancella»

    La Chiesa, dopo la distruzione apportata dall’epoca barbarica alle scuole laiche di origine romana, diventa l’esclusiva divulgatrice dell’istruzione. Siamo nel Medioevo. Ogni studente è quindi un clericus, e viene a far parte «dell’ordo clericalis», cioè degli uomini di chiesa, distinguendosi tuttavia dai sacerdoti e dai veri e propri monaci per aver ricevuto solo i cosiddetti «ordini minori», ragion per cui hanno garantito il godimento di parecchi privilegi che vanno dall’esenzione dei pagamenti dei tributi dovuti al potere civile, all’esonero dal voto di castità (peraltro molto elastico in questo periodo storico).

    Sono poi «vaganti», perché si spostano da un ateneo all’altro, per frequentare le lezioni più rinomate nelle varie branche del sapere. L’Abate di Froidmont, Elinando (1179-1229 circa), scrive di loro con una certa stizza: «Percorrono il mondo intero e studiano le arti liberali a Parigi, gli autori classici a Orleans, la giurisprudenza a Bologna, la medicina a Salerno, la magia a Toledo e non imparano i buoni costumi in nessun luogo». Questi sono i «clerici vagantes», la loro casa è «todus mundus», un mondo invero costellato da traversie, pericoli e fatiche.

    Delusi in molte aspettative, la posizione dei «clerici vagantes» è particolare all’interno della società, quasi non si sentono di appartenere alla Chiesa e criticano lo Stato. Alcuni di loro mettono in versi la propria visione del mondo in cui stanno vivendo, dando vita a Canzoni da intonare (meglio se in coro), non sotto le vertiginose architetture delle nuove cattedrali gotiche o nelle sale di qualche Rathaus, ma nella dissacrante e allegra atmosfera di una taverna. Dai loro carmi disinibiti, tra il tintinnio dei boccali e il vociare degli avventori avvinazzati, affiorano tre grandi passioni, i dadi, la taverna e l’amore, uniti tra loro da un unico denominatore: il vino.

    Sono appunto questi «clerici vaganti», i goliardi a reintrodurre il vino in poesia dopo secoli di silenzio. Ancora oggi gli eruditi disputano intorno all’etimologia dell’aggettivo «goliardo»: alcuni sostengono che abbia radici in «galam» (cantare) o in «gualiar» (ingannare), ma altre ipotesi rimandano la radice a «Golia», il soprannome dispregiativo dato ad Abelardo dai suoi avversari, ma anche uno dei Maestri più amati dai «clerici vaganti».

    Circa trecento composizioni poetiche ci sono state tramandate in un manoscritto conservato nella biblioteca dell’abbazia di Benediktbeuern, l’antica Bura Sancti Benedicti, fondata nel VIII sec. da San Bonificio nelle Alpi Bavaresi, ed è appunto dal nome dell’abbazia che questi canti sono noti come Carmina Burana. Ed ecco allora il canto scritto in lode al vino, tradotto così: «Salve colore del vino scintillante, salve sapore senza eguali, degnati di inebriarci con la tua forza… Beato lo stomaco nel quale entrerai, beata la gola che solcherai, beata la bocca e le labbra che laverai. E dunque lodiamo il vino, esaltiamo i bevitori, sprofondiamo nell’inferno gli astemi».

    La taverna, per tutto il Medioevo rappresenta un particolare microcosmo al cui interno vige una scala di valori diversa da quella espressa dalle società del tempo. È un mondo in cui regna l’uguaglianza, non esistono classi sociali e dove si venera l’unico dio pagano sopravvissuto allo spietato «repulisti» attuato dagli Ordini Religiosi: Bacco. In taverna, il povero e il ricco siedono allo stesso tavolo, dove tutti possono esprimersi in piena libertà, perché il vino è artefice dell’uguaglianza, perché è il medesimo per tutti e i goliardi ne sottolineano l’aspetto liberatorio e gioioso: «Questo vino buono, vino generoso, rende l’uomo più gioviale, probo e animoso», fra i suoi benefici, anche l’oblio degli affanni, «vino sors lenitur dura», col vino si lenisce la dura sorte.

    Il professore Bartoli, nel suo libro I precursori del rinascimento, descrive in modo magistrale la fisonomia di questi scapigliati e liberissimi poeti erranti e ipotizza l’imbattersi nelle taverne con le prime squadre di costruttori di cattedrali che, a quel tempo, come i «clerici vaganti» vagavano, loro a innalzare le meravigliose opere che ancora oggi possiamo ammirare in tutta Europa. A giudicare da molte somiglianze che si rilevano nelle pur diverse opere, l’ipotesi non è poi così azzardata. Le sculture e gli intagli che raffigurano sconce e ridicole pose di frati, monache e scimmie ritratte, forse sono satire ispirate nelle menti di quegli scalpellini dalle gaudenti strofe di quei cervelli libertini. «Quando Bacco irrompe nella mente del poeta, compie cose mirabili, il vino non ispira solo la mente, ma anche il cuore, Bacco oltrepassa il petto dell’uomo e lo induce all’amore, blandisce la mente delle fanciulle, anche quelle più severe e le rende gentili […] chi non beve vino puro, non è capace di separare il vero dal falso, maestri e ministri astemi mancano di senso».

    In un tempo dove imperversano lotte e divisioni, questi poeti offrono un mondo che accogli tutti i bevitori in un ebbro e giocoso girotondo dove… «Beve il papa, beve il re, bevon tutti senza regola, beve il signore, beve la dama, beve il soldato, beve il chierico, beve quello, beve quella, beve il servo con l’ancella, beve il lesto, beve il pigro, beve il bianco, beve il negro, beve il povero e il malato, beve l’esule e l’ignoto, beve questa, beve quello, bevon cento, bevon mille».

    Concludiamo con un verso tratto dai ventiquattro poemi del Carmina Burana, che tutti gli amanti del vino, più o meno consapevolmente, hanno scelto come loro motto: «O potores exquisiti, licet sitis sine siti» e cioè «Illustri bevitori, sappiate che per bere non è necessario avere sete».

    Scelto per voi

    Humagne Rouge Gilliard

    Autentico tesoro del Vallese l’Humagne Rouge è un vitigno originario di questo Cantone, orgoglio della Maison Gilliard che dal lontano 1885 è leader indiscussa tra i produttori vallesani.

    L’Humagne che questa settimana vi raccomandiamo seduce per il suo carattere; i suoi profumi selvatici si mischiano a fragranze di landa e bacche di bosco. Ottimamente vinificato, l’Humagne possiede morbidezza e corpo: è molto piacevole in bocca con tannini presenti, ma leggeri, e in finale, i frutti lasciano una piacevole scia sul palato, dando l’impressione di un vino di straordinaria adattabilità ai vari abbinamenti che vanno dalle carni bianche alle carni rosse cucinate in modi diversi; ottimo con un plateau di formaggi.

    Noi lo abbiamo apprezzato molto nell’indovinato abbinamento con «Scaloppine di capriolo con spugnole».

     

     

    / Davide Comoli

  • Il buon vino della Toscana centrale

    Bacco giramondo – Non solo «Cantucci» e Vin Santo – Seconda parte

    La provincia di Grosseto è ritenuta la Maremma per eccellenza; è costituita da una pianura al di sotto del livello del mare che verso l’interno diventa collinare. Il paesaggio è costellato di ulivi e vigneti. All’uscita di Gavorrano, siamo saliti al piccolo villaggio sopracitato, dove l’amico Carlo, maremmano puro sangue, ci ha fatto provare un Monteregio rosso, Sangiovese in purezza, dai tannini vellutati e di un’inaspettata struttura, gustato con un buon «formaggio pecorino» stagionato. Un veloce «risotto alla marinara» lo consumiamo a Porto Santo Stefano, dove gustiamo un esclusivo Parrina bianco (Trebbiano-Vermentino), all’ombra del Monte Argentario con vista sul golfo di Talamone. Con la nostra «guida», risaliamo verso Scansano, dove il vino Morellino di Scansano è diventato la bandiera della enologia Maremmana.

    Il clima caldo e la scarsa piovosità permettono al Sangiovese, al raro Alicante Bouschet, al Canaiolo e al Ciliegiolo, una buona maturazione. Arroccato tra mura medioevali, il piccolo villaggio ospita un simpatico Museo del vino e accoglie pure noi. La sosta ci permette di gustare un Morellino Riserva, che ha subìto un’evoluzione in botte per 30 mesi: l’assemblaggio di Sangiovese 85 per cento e Alicante 15 per cento ha creato nel vino un meraviglioso connubio di forza e armonia; matrimonio d’amore, quello con lo «stufato di cinghiale con prugne secche».

    Seguiamo la S322E e attraversiamo un tratto panoramico prima di raggiungere Pitigliano. La sosta è d’obbligo per gustare il famoso Bianco di Pitigliano, prodotto un tempo solo da Trebbiano Malvasia, ma oggi anche con l’ausilio dello Chardonnay, che dà origine a un vino gradevole e fresco, ottimo accompagnatore per i tipici «crostini», il più classico degli antipasti toscani.

    Molti chilometri ci separano dalla prossima meta. È tardo pomeriggio quando, girato a destra di San Quirico e passata Pienza, arriviamo a Montepulciano, luogo incantevole di grande suggestione. Su terreni per lo più argillo-sabbiosi, tra ciottoli e fossili, le uve di Sangiovese, chiamato in loco Prugnolo Gentile, e quelle di Canaiolo, permettono vini dalle caratteristiche diverse a dipendenza del luogo in cui sono coltivate, che varia da un’altitudine situata tra i 250 e i 600 mslm. Il vino Nobile di Montepulciano con il Brunello di Montalcino sono stati i primi vini rossi a ricevere la D.O.C.G. nel 1980.

    Il Nobile Montepulciano, della tavola serale, ha un 10 per cento di Foglia Tonda, antico vitigno senese, molto usato in Val d’Orcia. Al naso si apre con un erbaceo di muschio che vira alle bacche di bosco e alla liquirizia, dal corpo pieno e un tannino forte, ma non spigoloso; è il complemento ideale per la nostra Fiorentina di pura chianina allevata a pochi chilometri da qui, a Sinalunga in Val di Chiana, e, per conciliare il sonno, niente di meglio che dei «Cantucci» inzuppati nel Vin Santo prodotto da uve passite di Trebbiano Malvasia.

    Ritornando verso Siena, in località di Torrenieri svoltiamo a sinistra e ci arrampichiamo sul fianco della collina che ci porta a Montalcino, cittadina che ha conservato, oltre a una parte della cinta del XIII sec., una magnifica Rocca costruita nel 1361 con alte mura ritmate di cinque torri. Di origine pre-etrusca, Montalcino in epoca comunale fu oggetto di contesa tra Siena e Firenze: le alte mura resistettero per ben quattro anni agli assedi portati dagli eserciti di Carlo V e del pontefice Clemente VII, prima di capitolare.

    Il territorio di produzione del Sangiovese – qui chiamato Brunello, per sottolineare il colore scuro degli acini rispetto agli altri biotipi di Sangiovese – copre un diametro quasi circolare di 16 chilometri.

    Abbiamo il privilegio di essere ospiti di Jacopo Biondi-Santi a Villa Greppo. Il Brunello di Montalcino, un emblema della viticoltura toscana è legato a doppio filo con la famiglia Biondi-Santi: fu infatti Ferruccio Biondi-Santi che nel 1888 selezionò un clone particolare di Sangiovese nella tenuta in cui siamo ospiti, e ne vinificò le uve in purezza, sottoponendo il vino da esse ottenuto a un lungo affinamento.

    Dopo la sosta alla storica vigna culla del Brunello, visitiamo le cantine dove Jacopo ci mostra con orgoglio, custodite in una celletta come un tesoro, le pochissime bottiglie rimaste del 1888 e del 1891.

    La degustazione in verticale di diverse annate che ne è seguita rimarrà indelebile nella nostra memoria. Ottimi poi il Rosso di Montalcino D.O.C. (Sangiovese allevato fuori dal territorio del Brunello) con la «lepre in umido» e il profumatissimo Moscadello con un trancio di «Panforte».

    Scendendo verso Siena, la collina che domina la conformazione morfologica, alternando scorci coltivati a vite e ulivo al caldo colore della chiazza mediterranea. Superiamo Monteroni d’Arbia, dove vengono prodotti discreti vini bianchi, ma dove si eccelle nella produzione del Vin Santo. A malincuore sfioriamo Siena e, attraversando il fiume Elsa da Poggibonsi, svoltiamo a sinistra per entrare a San Gimignano da Porta San Giovanni, chiedendoci se per qualche miracolo temporale siamo stati sbalzati nel Medioevo. Le quattordici torri che caratterizzano il profilo di San Gimignano (nella foto) sono le superstiti delle settanta di un tempo.

    Il vitigno autorizzato per la denominazione Vernaccia di San Gimignano si distingue per la qualità e l’originalità, poiché i quasi 800 ettari in cui è coltivata questa varietà possono considerarsi unici, grazie alla composizione di sabbie gialle e argille sabbiose. Armonioso è stato l’abbinamento di questo vino dagli intensi aromi di mandorla con una «sogliola alla mugnaia».

    Scelto per voi

    Il Bacialé

    La famiglia Bologna, negli anni Settanta, ha rilanciato l’enologia astigiana, trasformando la Barbera d’Asti in uno dei vini più pregiati della regione (Bricco dell’Uccellone). Il merito va a una straordinaria figura entrata nella mitologia di queste terre con il suo vino: Giacomo Bologna, scomparso più di trent’anni or sono. Oggi sono i figli a proseguire con bravura la sua opera a Rocchetta Tanaro (AT).

    Il Bacialé che oggi vi proponiamo è prodotto con uve vinificate in modo separato: Barbera, Cabernet S., Cabernet F., Merlot e Pinot Nero. È un vino dal colore rubino intenso, che si fa percepire al naso con intense sfumature di frutta a bacca nera, dove prevale l’amarena e una leggera speziatura data dal passaggio in legno. Tannini morbidi e un grado alcolico che dà calore, conferiscono a questo vino un’eccezionale struttura lungo il finale in bocca, che richiama i profumi sopra accennati.

    / Davide Comoli

  • Dalla caduta dell’Impero Romano all’Editto di Rotari

    Vino nella storia – Mentre la cultura cadde nel buio, il vino, e con esso la poesia, trovarono rifugio nei grandi monasteri

    Con il crollo dell’Impero Romano sul mondo «civile», sembrarono sparire insieme le leggi e il diritto che Roma aveva saputo dare al mondo allora conosciuto, come anche la cultura e l’arte. Il vino, e con lui la poesia, trovarono invece una sorta di rifugio tra le mura dei grandi monasteri sparsi un po’ ovunque in Europa.

    I nostri territori divennero terreno di guerra tra Ostrogoti e Bizantini fra il 534 e il 555. Dalla sconfitta dei Goti ne approfittarono i Longobardi che, dall’Est, dilagarono verso la pianura iniziando altre lotte contro i Bizantini. Con l’elezione di Autari nel 584, i Longobardi controllavano già gran parte della vicina Penisola.

    Restando in tema di cultura e del baratro in cui era precipitata, possiamo anche farcene un’idea restando in tema vino. Se rammentiamo gli ampi trattati sulla vite e i suoi derivati che Plinio ha sviluppato nelle pagine della sua Naturalis Historia, di cui già ampiamente abbiamo scritto, la misura della decadenza di quei secoli la forniscono le poche righe che, sugli stessi argomenti, vengono scritte dal più famoso tuttologo del XI-XII sec., il vescovo Isidoro di Siviglia (560 circa-636): santo, dottore della Chiesa, il quale esercitò grande influsso sulla cultura occidentale per aver conservato e tramandato moltissime informazioni sulla civiltà classica. Nella sua opera, Originum sive etymologiarum libri XX, troviamo solo uno scarno capitolo (De Vitibus) nel libro XVII (De lapidibus et metallis): «Vitis dicta quod vim habeat citius radicandi» («la vite è così chiamata perché possiede la forza – vis – per radicare più in fretta»). Tre libri più avanti nel capitolo De Mensis scrive: «Vinum inde dictum quod eius potus venas sanguine cito repleat» («Il vino è così chiamato perché il berlo riempie in fretta le vene di sangue»).

    Sempre nel XX libro, Isidoro riprende la discutibile (seppur profonda) saggezza dei Padri della Chiesa, e ci informa che San Girolamo, in un libro scritto sulla necessità di preservare la verginità afferma che: «Le fanciulle debbono fuggire il vino come fosse veleno affinché per il bruciore che si sentono addosso, non abbiano a berne e quindi a perdersi».

    Se prendiamo in considerazione che anche al cospetto di questi ameni scritti, Isidoro di Siviglia veniva considerato la più grande mente del suo tempo, possiamo farci un’idea di cosa abbia significato per la cultura, il Medioevo, lungo e oscuro periodo di transizione tra due epoche di altissima civiltà.

    Molti popoli, respinti come barbari dal mondo romano, entrarono a far parte del nuovo mondo romano-cristiano. Fra il VII e VIII secolo, i Longobardi si trasformarono da invasori a protagonisti integrati come narra Paolo Diacono, storico longobardo (727-799) nella sua Historia Langobardorum, scritta in latino, documento unico per la conoscenza di quel periodo.

    Il processo di fusione fra invasori e popolazione locale passò anche attraverso i matrimoni misti, che portarono alla cristianizzazione di questo popolo, in origine di religione «ariana».

    L’agricoltura, che nei secoli precedenti aveva subito un forte colpo, grazie al cristianesimo, ebbe un forte recupero. In effetti leggendo le cronache dell’epoca di Paolo Diacono, si nota come la diffusione delle comunità cristiane e la loro organizzazione ebbero ripercussioni notevoli sulla ricostituzione del paesaggio agrario.

    Il vino, «pretiosa vina», citava specificamente l’autore di Historia Langobardorum, era amato e valorizzato, tant’è vero che era divenuto simbolo di ricchezza e regalità tra i nobili longobardi ed era una delle delizie italiche che attirava i popoli del nord, senza dimenticare che, con la diffusione del cristianesimo, la vite e il vino erano caricati di una valenza nuova. I re longobardi costruivano chiese e patrocinavano monasteri (uno per tutti quelli di Bobbio fondato nel 612) e i vescovi stessi provenivano da importanti famiglie longobarde, anche se molti dei nobili continuavano a seguire la dottrina ariana.

    Nell’anno 637, la regina Gundeberga, figlia della più famosa Teodolinda, rimasta vedova, sceglie come sposo Rotari: «uomo di grande forza che seguiva la via della giustizia, sebbene privo della corretta fede, e si macchiasse dell’eresia ariana», così sta scritto nell’Historia Langobardorum. Il 22 novembre 643, il re Rotari promulga il suo celebre Editto: 383 articoli; più della metà codificano le norme del diritto penale. Si tratta di una raccolta di leggi germaniche, scritto in latino, che contemplava anche riferimenti all’agricoltura, compresi determinati comportamenti relativi alla vite e al vino, e le severe multe per i contravventori.

    Mostrando una particolare attenzione alla coltura vitivinicola, l’Editto colpisce ogni danneggiamento all’impianto, ai ceppi di vite e ai tralci, come pure il furto delle uve: «Se qualcuno prende un palo da una vite, paghi una composizione di sei soldi. Se qualcuno scavando una fossa, distrugge intenzionalmente una pianta di vite, paghi una composizione di un soldo. Paghi una composizione di mezzo soldo, colui che intenzionalmente taglia un tralcio di vite. Se qualcuno, da una vigna altrui, coglie più di tre grappoli d’uva, paghi una composizione di sei soldi; ma se ne prende fino a tre, non gli sia fatta alcuna colpa».

    Nel 772 fu eletto Adriano I che richiamò a Roma tutti i seguaci della fazione filofranca. L’alleanza fra il Papato e il Regno Franco provocò la fine del Regno Longobardo. I Franchi sconfissero a più riprese i Longobardi, e nel 774 Carlo Magno depose Desiderio, l’ultimo re longobardo e ne assunse la corona.

    Il vino continuò ad essere la prova di diversi capitoli a esso dedicati nel Capitulare de Villis vel de Curtis Imperatoris voluto dallo stesso Carlo Magno.

    Scelto per voi

    Salmos Torres

    Il vigneto del Priorato si estende a occidente della provincia di Terragona. Qui la famiglia Torres è riuscita a dare prestigio a una delle regioni viticole più importanti e produttive della Spagna, utilizzando le tecniche enologiche e produttive dei francesi. Così facendo i loro vini hanno acquisito un bouquet molto in sintonia con i vicini di frontiera.

    Oggi abbiamo scelto per voi il Salmos, vino di corpo, prodotto con le tipiche uve locali, Cariñena, Garnacha e la francese Syrah.

    Con il suo colore molto scuro come l’inchiostro di china, ricco di alcol, i suoi aromi ricordano la frutta secca e in modo particolare la prugna: vino corposo elevato per quattro anni in barrique di quercia francese, rende i suoi tannini ben presenti, ma delicati. Il Salmos regge molto bene l’invecchiamento. Adatto ad accompagnare piatti molto strutturati, noi l’abbiamo apprezzato con un «filetto di cervo al tartufo».

    / Davide Comoli

  • Il profumo del vino tra Livorno e la Maremma

    Bacco giramondo – Enologicamente parlando, la Toscana è oggi la regione con il volume d’affari con l’estero più importante di tutta la Penisola – 1a parte

    La storia e le sue vicende hanno avuto un grande peso in Toscana nell’affermare la coltura della vite e la produzione del vino. Qui, prima gli Etruschi e subito dopo i Romani, sono stati i popoli che hanno radicalmente influenzato la vitivinicoltura. Se gli Etruschi sono stati essenziali, i Romani sono stati determinanti, perché a loro va il merito di averla sviluppata e diffusa sull’intero territorio della regione.

    Oggi la Toscana può essere considerata il cuore pulsante del vino italiano, grazie a una coltivazione che ha creato uno stretto e felice connubio con il territorio e il suo ambiente, alla sinergia che ha realizzato con l’uomo e i suoi obiettivi, e alla sincronia intrecciata all’attitudine turistica che pervade tutta questa regione. La Toscana di oggi è enologicamente parlando la regione con il volume d’affari con l’estero più importante di tutta la Penisola; in particolare per la categoria di vini a Denominazione, che è circa il 95 per cento della locale produzione, su una superficie vitata di circa 58mila ettari disposti soprattutto in collina.

    Nella sua forma che ricorda sommariamente un triangolo, la Toscana propone un territorio che sembra fatto apposta per la viticoltura, con un alternarsi instancabile di colline e vallate, sulle quali la vite trova il suo habitat naturale: profili ondulati, spezzati a tratti da cipressi imperiosi, panorami indimenticabili, punteggiati qua e là da torri merlate. Non bisogna poi dimenticare la gastronomia che ci viene offerta in ogni borgo in cui sostiamo, lungo le diciotto strade, e anche più, del vino della regione.

    Il vitigno più rappresentativo della Toscana è senz’altro il Sangiovese, che nella classificazione attuale contempla cinque biotipi principali, distinguibili per la forma del grappolo e per le attitudini colturali: Sangiovese PiccoloSangiovese Grosso o BrunelloPrugnolo GentileSangiovese Romagnolo a Cannello Lungo e Sangiovese del Grossetano chiamato anche Morellino. Non solo Sangiovese però: tra i vitigni a bacca nera sono molto diffusi il Ciliegiolo, il Canaiolo Nero, l’Aleatico, mentre tra quelli a bacca bianca il Trebbiano Toscano, la Vernaccia di San Gimignano, l’Ansonica, la Malvasia Bianca e il Vermentino.

    Ma è negli ultimi decenni che la Toscana si è imposta a livello mondiale, soprattutto con i vini ottenuti da uve internazionali. La regione ha così dimostrato di saper produrre grandi vini, sia con uve autoctone sia ricorrendo ai vitigni stranieri, in modo particolare quelli provenienti dalle vigne di Bordeaux.

    Le zone viticole della Toscana le possiamo suddividere in due macroaree: le colline della Toscana Centrale, che è il cuore storico della regione con le zone del Chianti, del Brunello di Montalcino, del Nobile di Montepulciano, i cui territori sono da sempre l’emblema della viticoltura Toscana, e la Costa Tirrenica, dai colli Apuani sino a Grosseto, nel cuore della Maremma.

    Entrando da settentrione dalla Liguria, incontriamo la zona dei Colli di Luni, dove circa 200 ettari di vigneto disegnano le colline, creando un caleidoscopio colorato sullo sfondo delle bianche cave di marmo tra Massa e Carrara. Tra i vitigni bianchi primeggia il Vermentino, tra i rossi invece, l’onnipresente Sangiovese e un vitigno locale chiamato Barsaglina. La nostra strada prosegue verso sud, superata Viareggio e superati i massicci bastioni di Lucca, ci addentriamo lungo le colline nella D.O.C. Colline Lucchesi, per arrivare nella piccola cittadina di Montecarlo; famosa per i suoi vini fin dall’antichità, gustiamo sia un ottimo rosso prodotto da uve Sangiovese Ciliegiolo, sia un bianco di Sauvignon Grechetto, che bagna il nostro piccolo spuntino, dove il lardo di colonnata e la finocchiona dominano il resto degli affettati.

    Sfioriamo dopo Pisa la D.O.C. San Torpè, dove si produce un semplice e onesto Trebbiano. In serata arriveremo a Bibbona, dove già da Cecina, sentiamo l’influenza forte di Bolgheri, ne è la prova il rosso di Syrah Merlot, ricco di note balsamiche, speziate dal colore intenso, che abbiamo abbinato al nostro piatto di «pollo alle prugne» (prugne secche, pancetta, vino bianco, carote, cipolle olio e pepe).

    Con la provinciale siamo giunti al bivio per Bolgheri, frazione del comune di Castagneto Carducci, fino agli anni Cinquanta conosciuta solo per i suoi cipressi «che alti e schietti van da San Guido in duplice filar», recita l’incipit di una famosa ode di Giosuè Carducci, che in questi luoghi visse la sua infanzia.

    Grazie alla lungimiranza del Marchese Mario Incisa della Rocchetta, che qui fece impiantare 1,5 ettari di Cabernet Sauvignon Cabernet Franc nel 1944, oggi questa zona di circa 1140 ettari, gode di una fama internazionale, in particolare per il suo vino di punta, il Sassicaia, riconosciuto quasi universalmente come il padre di una nuova famiglia di vini italiani; i cosiddetti «Supertuscan».

    Oltre ad avere diverse analogie con il terroir bordolese (altitudine limitata, influenza delle brezze che arrivano dal mare, terreni alluvionali-ciottolosi, con una buona presenza di ossido di ferro), il successo di questi vini in parte è dovuta alla brillante idea dell’introduzione della barrique in Italia all’inizio degli anni Cinquanta.

    Le colline alle spalle di Castagneto Carducci proteggono i vigneti di Bolgheri dai venti del nord in inverno, mentre in estate spirano leggeri venti rinfrescanti provenienti dal mare. Il disciplinare del Bolgheri D.O.C., permette di utilizzare monovitigni per i rossi e i rosati: Cabernet SauvignonCabernet Franc e Merlot fino al 100 per cento, ma sono ammessi fino al 50 per cento il Sangiovese, il Syrah e piccole percentuali di Petit Verdot. Questo non consente un unico stile di vini di Bolgheri, perché nella stessa D.O.C. possiamo trovare vini con netto taglio bordolese e di altri dove è presente il Sangiovese. Scoviamo pure dei vini I.G.P. prodotti con uve Merlot o con Cabernet Franc 100 per cento (Paleo), vini che hanno raggiunto il «gotha» mondiale nel settore.

    A Bolgheri si produce anche in piccole quantità un bianco a base di Vermentino Sauvignon Blanc, di un bel colore dorato, dagli intensi profumi di macchia mediterranea: lo abbiamo provato con estrema soddisfazione con un piatto di «triglie alla livornese», in un noto ristorante a San Vincenzo. Concludiamo la serata con una «mousse al cioccolato» perfettamente abbinata a un Aleatico Passito della non lontana Isola d’Elba, dall’intrigante profumo di gelatina di mora, fiori rossi e spezie dolci.

    A Suvereto faremo sosta per la notte, domattina visiteremo lo spettacolare progetto dell’architetto Mario Botta, la cantina di Petra, dove vengono vinificate soprattutto uve di Cabernet SauvignonSangiovese e Merlot.

    Scelto per voi

     

    Arcadia Pestoni

    «La valle del Sementina fende i contrafforti del monte come una crepa in una muraglia», così scrive sul suo sito Giancarlo Pestoni (Azienda Pizzorin, Sementina). È qui, su questi terreni collinari, che Giancarlo con la moglie Simona, allevano con cura in una piccola azienda famigliare le uve di queste vigne, dove vengono prodotti sei tipologie di vini rossi, due vini bianchi e un rosato.

    Oggi per voi abbiamo scelto l’Arcadia, un Merlot che, dopo la macerazione e fermentazione in vasche d’acciaio, subisce un affinamento di dodici mesi in barriques di secondo e terzo passaggio.

    Dal bel colore rosso rubino, l’Arcadia ci colpisce per i suoi aromi di frutta rossa e violetta, leggeri sentori fumée di liquirizia e tannini vellutati. Vino di corpo e di buona persistenza, lo raccomandiamo per i piatti della nostra cucina: noi lo abbiamo sposato in modo eccellente con un salmì di capriolo e polenta.

    / Davide Comoli

  • Capillarità e vicinanza al cliente

    Le enoteche Vinarte propongono un’ampia offerta di vini, birre e distillati della regione. Spiccano diverse etichette artigianali e biologiche tra le migliori presenti sul mercato. Il fiore all’occhiello sono i Merlot del Ticino, con un ventaglio di oltre 160 etichette tra importanti, rinomati e medagliati produttori locali e piccole cantine, che presentano nettari esclusivi e di nicchia.
    Completano l’offerta i migliori vini nazionali e internazionali, bollicine selezionate e raffinati e ricercati superalcolici.
    La missione di Vinarte è quella di soddisfare anche i bisogni della clientela più esigente, tramite una rete di vendita accessibile e di prossimità. Per questo negli ultimi anni abbiamo aperto nuovi punti di vendita e tutt’ora cerchiamo opportunità per aprire nuove filiali. In quest’ottica siamo felici di presentare l’ultima attività aperta al pubblico con una nuova formula: “Vinarte Enoteca Partner”.
    Si tratta di un “corner” sito all’interno del Ristorante Time Out, presso il centro alle Bolle in via ai Saleggi 5 a Giubiasco, che offre agli avventori una scelta di 400 tra i migliori articoli dell’assortimento Vinarte.

    Contatti:
    GIUBIASCO
    Presso il ristorante Time Out
    Centro alle Bolle – Via ai Saleggi 5
    tel. 091 857 86 79
    lun-ve 07.00 – 19.00
    gio 07.00 – 21.00
    sab 07.00 – 17.00

  • Tra i vigneti del Lazio

    Bacco giramondo – Oggi questa regione italiana produce circa 1,5 milioni di ettolitri di vino su una superficie di circa 24mila ettari, per quasi la metà in provincia di Roma

    Le immagini di una Roma godereccia e dall’animo pagano, affidate all’arte e alla letteratura, richiamano velocemente alla mente, quando si parla di un vino laziale, le antiche feste coronate da solenni bevute, con le quali innaffiare i piatti di fettuccine, porchetta e abbacchio.

    Le zone del Lazio più vocate alla viticoltura sono quelle alle pendici dei rilievi di origine vulcanica che grazie ai terreni lavico-tufacei danno un ottimo nutrimento alle viti. Va inoltre ricordato che molta della storia della coltura della vite e della produzione del vino nel bacino del Mediterraneo, si svolge nel Lazio e si lega in modo stretto a quella della Grecia e della Magna Grecia!

    La storia del Lazio vitivinicolo si caratterizza per gli alti e bassi nel corso dei secoli, attraversata da momenti più fiorenti alternati a momenti meno felici. A partire dagli anni Novanta l’enologia laziale, grazie alla riqualificazione della piattaforma ampelografica e alla riduzione delle rese per ettaro, ha fatto un grande salto di qualità. Oggi il Lazio produce circa 1,5 milioni di ettolitri di vino su una superficie di circa 24mila ettari, per quasi la metà in provincia di Roma; i vitigni a bacca bianca occupano quasi il 75 per cento del vigneto laziale. Molto merito di questo balzo qualitativo va all’ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura), con la ricerca e sperimentazione dei cloni di vitigni autoctoni come l’Angelica, l’Albarosa e il Cesanese di Castelfranco, e il recupero di varietà tipiche di zone specifiche come la Malvasia del Lazio e i suoi cloni: il Bombino Bianco, il Bellone e il Cacchione. La base ampelografica dei vini bianchi di tutto il Lazio è data dalle Malvasie e dai Trebbiani. Tra i vitigni a bacca rossa, oltre al Ciliegiolo, Montepulciano, Merlot, Cabernet, vicino ad Anagni con il Barbera, troviamo il Cesanese, il più coltivato tra i 200-600 m s.l.m. tra le falde del Monte Scalambra e Valle del Sacco. I Trebbiani di maggior interesse per la viticoltura locale sono quello Toscano, Romano e quello Giallo. Tra le Malvasie le più interessanti sono quelle Bianca di Candia e quella del Lazio Puntinata, così chiamata per le chiazze grigio-marrone presenti sugli acini.

    Un altro fattore importante per la viticoltura regionale è dato dalla produzione di pregiate uve da tavola coltivate nelle zone pianeggianti.

    Scendendo da Pitigliano in Toscana si entra nella zona dei Monti Vulsini, dove incontriamo il villaggio di Gradoli, patria del dolce Aleatico, prodotto anche nella versione liquoroso, un rosso dal profumo di rose rosse e frutti di bosco; ne acquistiamo qualche bottiglia per le serate con gli amici.

    Scendendo verso la Bolsena e il suo lago, troviamo filari di Malvasie Trebbiani, sfioriamo le vigne di Grechetto che danno origine alla D.O.C. interregionale Orvieto e non possiamo fare a meno di salire a Bagnoregio, arroccato su un colle in perenne erosione.

    Il nostro viaggio prosegue verso Montefiascone nel cuore dei vigneti che producono l’apprezzato Est, Est, Est che abbiamo sorseggiato con dei ravioli ai carciofi. Nella parte bassa della cittadina si erge la chiesa di S. Flaviano, ove è custodita la pietra tombale del prelato tedesco Giovanni Defuk, al quale il vino locale deve la sua internazionale fama.

    Prendendo la direzione di Roma, lunghe distese di vigne accompagnano il Tevere verso la capitale, a est i Monti Cimini e il Lago di Vico, a ovest la D.O.C. Vignanello che produce vini soprattutto a base di uvaggi, vini di media struttura, ottimo il Greco Bianco vinificato in purezza.

    La strada che ci porta a Cerveteri costeggia il Lago di Bracciano, celebre anche per la sua «anguilla alla brace», bagnata da un robusto rosso a base di Canaiolo Barbera. Costeggiamo la fascia costiera verso Fiumicino, zona che vanta un’antica vocazione enologica: qui abbiamo trovato vini bianchi di moderata alcolicità da uve Trebbiano, Bellone, Verdicchio e rossi prodotti con Sangiovese Montepulciano; grande il Merlot D.O.C. Cerveteri, gustato con uno «scottadito d’agnello». A sud-est di Roma, l’amico Guido, profondo conoscitore della zona, ci farà da cicerone, visitando le numerose denominazioni.

    I Colli Albani occupano un gruppo montuoso disposto a cerchio, il cui perimetro costituisce l’antica cresta di un immenso cratere, costellato da crateri secondari, sul fondo dei quali si sono formati dei laghi. I pendii sono ricoperti da uliveti e un’infinita estensione di vigneti. Dapprima roccaforti di alcune famiglie nobili, dal Seicento i tredici villaggi Albano, Ariccia, Castel Gandolfo, Colonna, Frascati, Genzano, Grottaferrata, Marino, Nemi, Montecompatri, Monte Porzio Catone, Rocca di Papa e Rocca Priora, con le loro splendide residenze, hanno assunto un carattere spiccatamente ozioso, fascinoso luogo di vacanze. Celebre per il suo vino bianco, il Frascati nella sua versione Superiore Cannellino, ci ha conquistato, nonostante rimanga nell’immaginario di molti il vino da gustare nelle Osterie sparse qua e là.

    Marino, pure, ci ha incantati con il suo Bombino Bianco dai delicati sentori di fiori bianchi e frutta fresca, dalla cui fontana dei Quattro Mori sgorga a fiumi il vino durante la festa della vendemmia. Ad Albano Laziale (la mitica Alba-Longa), abbiamo sorseggiato una profumatissima Malvasia di Candia, all’ombra delle mura fatte costruire nel 192 d.C. da Settimio Severo.

    Attraverso un mare di vigne arriviamo ad Ariccia, dove ci attende una meritata sosta gastronomica, siamo nella capitale della «porchetta» e con Guido e altri amici diamo vita a una di quelle «ottobrate» disegnate dal Pinelli (1701-1835), dove il Bombino Bianco e il Bombino Rosso, rallegrano i cuori e le anime.

    Non potevamo proseguire il viaggio senza scendere la tortuosa strada che porta al Lago di Nemi (lo specchio di Diana), un paesaggio campestre che ci ricorda le Odi di Virgilio e patria di deliziose fragoline di bosco. Adagiata sul versante sud del cratere dei Monti Albani, Velletri è il centro più grande dei Castelli Romani, si trova al centro di una regione coltivata a vigneto, tra le uve coltivate spiccano: il Sangiovese, il Ciliegiolo, il Merlot, il Montepulciano, che danno vini molto intensi e sottoposti ad evoluzione in legno. Più ad est, verso Frosinone, dove inizia la Ciociaria, troviamo l’importante area dell’autoctono Cesanese con le due D.O.C. Cesanese di AffileCesanese di Olevano Romano e la D.O.C.G. Cesanese del Piglio. Sono vini con note spesso rustiche, ma che li rende unici e riconoscibili, abbinati ai piatti della tradizione contadina. Verso il mare si apre l’Agro Pontino, le vigne qui erano già citate da Orazio e da Plinio. Tra Terracina e Anzio, con i suoi 5400 ettari questa zona in provincia di Latina è la seconda per produzione nella regione. Dopo la bonifica delle paludi negli anni 30, oggi si stanno producendo alcuni vini interessanti come il Trebbiano, il Merlot, il Sangiovese, che ricordano un po’ i vini delle regioni da cui sono provenuti i coloni che bonificarono questi luoghi.

    Ospiti di Mauro e Maria Rita nella loro casa immersa tra la vegetazione mediterranea, a due passi dal mare di Lavinio, gustiamo, preparati dal «patron», dei «bucatini cacio e pepe» accompagnati da un bianco prodotto con uve Viognier Malvasia del Lazio e un’indimenticabile «coda alla vaccinara» maritata ad un ottimo Nero Buono prodotto a Cori.

    Scelto per voi

    Fumin Ottin

    Il Fumin è stato in passato uno dei vitigni più coltivati dell’Alta Valle d’Aosta. In seguito, è stato però dimenticato, per difficoltà riscontrate in vigna. Oggi è in netta ripresa per la qualità dei vini che se ne possono ottenere.

    Per la rubrica di questo numero abbiamo scelto il Fumin di Elio Ottin (frazione Porossan-Neyves, Aosta). Prodotto nella cantina di impronta famigliare, è un vino in cui si riscontrano le caratteristiche del terroir valdostano.

    Questo vino matura in legno da 20 e 30 hl per 12 mesi, il colore è un rosso porpora intenso e quello che ci colpisce sono i profumi: all’inizio forti note di frutti selvatici, more, marasche, mirtilli uniti a sentori speziati, tabacco, vaniglia, chicchi di garofano; è intenso, dai tannini morbidi e di buona persistenza.

    È un vino da abbinare a piatti ricchi, selvaggina, polenta concia, costoletta alla valdostana. Eccelso il Fumin provato con la tipica «Carbonade».

    / Davide Comoli

  • Orazio, il poeta di Bacco

    Vino nella storia – Sua la famosa locuzione latina «Carpe diem», ma anche tante altre dedicate alla poetica bevanda

    «Nunc est bibendum» («Ora bisogna bere»). Orazio esulta con le stesse parole di Alceo per l’uccisone di Mirsilo, all’annuncio della fine di un mortale pericolo per Roma, quale poteva essere quello rappresentato dal sodalizio tra Cleopatra e Antonio. Cosicché quando nel 30 a.C. a Roma giunge notizia che entrambi gli amanti sono morti, anche Orazio, traducendo in modo letterale Alceo, festeggia l’avvenimento: «Ora bisogna bere, ora bisogna battere la terra a piede libero. È tornato amici, il tempo di ornare l’altare degli dèi con un banchetto da fare invidia ai Salii. Prima di ora non era lecito spillare il Cecubo (ndr: vino di ottima qualità) dalle cantine degli antenati…».

    Orazio, è per noi il vero, grande, convinto e autentico cantore del vino, il poeta del vino per eccellenza in lingua latina.

    Quinto Orazio Flacco (Venosa 65-Roma 8 a.C.), figlio di un liberto che aveva messo insieme un piccolo patrimonio, grazie al quale era riuscito a collocarsi socialmente in quella che oggi si chiama «piccola borghesia», studiò a Roma e ad Atene. Nel 42 a.C. combatté a Filippi nell’esercito repubblicano di Bruto e Cassio, gli uccisori di Giulio Cesare. La sconfitta di Bruto e un infortunio personale (l’abbandono dello scudo sul campo), ebbero decisive ripercussioni sulla sua vita e sulla sua psicologia. Perdute le terre paterne, si ridusse a un modesto ufficio di scrivano dedicandosi alle lettere.

    Virgilio lo presentò a Mecenate, il finanziere dai natali etruschi (qualcuno dice fosse di Montalcino), a cui si legò di stretta amicizia. Fu allora che Orazio realizzò il suo sogno (munifico dono dell’amico sopraccitato): una villa e un podere nell’idilliaca campagna in Sabina, luogo di evasione dalla convulsa vita dell’Urbe. Entrato nelle grazie di Augusto, rifiutò incarichi ufficiali e preferì gli ozii meditativi, dedicati alla poesia.

    Seguace della dottrina epicurea, fu il cantore dell’aurea mediocritas, ideale equilibrio etico tra capacità di rinuncia e piaceri immediati (amore, serenità campestre, amicizia e naturalmente vino), calati nel quotidiano e ispirati a un intenso senso del presente e della fugacità della vita. Rispetto alla quale fugacità, il poeta lucano esprime la sua filosofia (che è diventata anche la nostra), concentrata nel famoso imperativo: «Carpe diem» («Cogli l’attimo» – Ode 1,11).

    Ma noi dobbiamo parlare di vino, e citare tutti i passi nei quali Orazio parla della nostra bevanda preferita, è un’ardua impresa. Ma ce ne sono alcuni, come quello citato all’inizio, dove Orazio sulle ali del vino tocca alti vertici poetici.

    Quello che vi proponiamo, tratto dall’Ode 1,7 a Planco, è uno dei suoi versi più belli, dove l’eroe greco Teucro in fuga con pochi amici dall’ira paterna, si rivolge a loro per incoraggiarli «[…] O fortes peioraque passi mecum saepe viri, nunc vino pellite curas: cras ingens iterabimus aequor» («[…] O uomini forti, che spesso avete sopportato con me mali peggiori, scacciate ora gli affanni col vino; domani sarà immensa l’acqua del mare e continueremo il (nostro) viaggio»). Ma a noi piace molto la già citata Ode 1,11 dedicata a Leuconoe, «No, non chiederlo agli dèi, Leucònoe, non chiedere né il mio, né il tuo destino. Non ti è concesso di saperlo […]. Sii saggia: bevi un sorso di vino e in quel breve attimo tronca una lunga speranza. Già mentre stavi parlando il tempo invidioso se ne è fuggito. Afferralo questo attimo: Carpe diem! e pensa che forse non ci sarà domani». In sintesi, questa è la filosofia di Orazio, con la quale si può o non si può concordare, ma che certamente lo imparenta col greco Alceo, altro grande cantore del vino. E come Alceo, anche Orazio sembra voler approfittare di ogni occasione per sorseggiare una coppa di vino. Il vino è, anche per Orazio, lo strumento o se preferite «la magica pozione» per propiziare quegli attimi di abbandono e di felicità che può procurare un incontro amoroso.

    Per amore del vino, Orazio, parco nei bisogni, modesto nelle aspettative, dedica una delle Odi (111,21) a un’anfora colma di prezioso Màssico, il «cru» pregiato del Falerno. Si tratta di un vino vecchio, di poco meno di 40 anni (è del consolato di Manlio Torquato, 65 a.C.), e quell’anfora sarà aperta per festeggiare l’invito a pranzo del caro amico del poeta, il console Marco Valerio Messala Corvino.

    Orazio ci dimostra con questo brano di conoscere molte varietà di vini, di apprezzare le differenze, tanto da non accontentarsi di un vino qualsiasi: «Tu nata con me al tempo del console Manlio, sia che con te porti lamenti o gioia e litigio o amori folli o un sonno senza sogni, tu, anfora consacrata, a qualunque titolo hai affinato il Massico che conservi, ma certo di essere aperta in un giorno felice, scendi qui fra noi, ora che Corvino impone d’offrire un vino prelibato… Agli animi che meno sono inclini tu fai dolce violenza; col giocondo Lieo tu riveli l’angoscia dei sapienti e i pensieri che nell’animo nascondono; tu ridoni speranza ai cuori che s’angustiano e al povero, che dopo il vino più non teme l’ira dei re e l’arma dei soldati, regali forza e coraggio».

    Le anfore che Orazio conservava nella sua cantina, contenevano senz’altro vini di buon livello, perché il poeta, lo racconta lui stesso, ama trattarsi piuttosto bene, grazie all’amico Mecenate non doveva avere soverchi problemi economici.

    Salvo però, di tanto in tanto, piangere miseria sulle robuste spalle di quel Mecenate, perché il benefattore non avesse a scordare che il trattamento economico a lui riservato poteva essere suscettibile di qualche miglioramento, ma tenendo sempre il vino come termine di riferimento (Odi 1,20): «In coppe modeste berrai un vinello sabino di quello che in un’anfora greca ho io stesso imbottigliato, con tanto di sigillo, il giorno in cui ti tributarono, a teatro un’ovazione, caro cavaliere Mecenate, di tale intensità che le rive del nostro fiume e la festosa eco del colle Vaticano ti restituirono all’unisono, l’applauso. Sarai certo abituato a degustare Cecubo e Caleno d’uva spremuta con il torchio; i miei bicchieri però non sono rallegrati dalle viti del Falerno o dei colli di Formia».

    A parte queste lacrime di circostanza, però, va ribadito che a vini Orazio non si trattava certamente male. Quel che è certo è che il vino e il suo dio durante l’aurea mediocritas di cui Orazio era la voce poetica di Augusto e dopo Virgilio, non più fuoco per passioni, entrò per così dire, in una dimensione più domestica e di emozioni più contenute. Bacco, comunque, non si turbò più di tanto, sapeva che dal circolo formatosi intorno a Mecenate, non poteva aspettarsi altro. Il dio guardò con altera indifferenza alcuni moralisti che ignorarono scientemente l’ambiguità del suo dono e come Seneca ne illustrarono solo: «gli effetti collaterali».

    Scelto per voi

    Doral – Carla

    Carla è un vino prodotto da Davide Cadenazzi, ottenuto con uve Doral (incrocio tra Chasselas x Chardonnay creato nel 1965), le quali maturano su ceppi di vite che affondano e traggono nutrimento dai terreni ghiaiosi ai piedi del Generoso.

    Il nome di questo Doral è un omaggio che Davide Cadenazzi ha voluto dedicare alla memoria della madre.

    Nel bicchiere, Carla si presenta con un bel colore giallo dorato brillante e da subito si librano nell’aria note aromatiche che il naso poi conferma: agrumi e sentori d’albicocca si rincorrono rendendo molto gradevole l’esame olfattivo. La piacevole acidità e l’elegante morbidezza creano un bell’equilibrio in questo vino, dove l’alcol non la fa da padrone, e il finale lungo è un delizioso ricordo di burro d’arachidi che ci riporta alla giovinezza passata negli USA.

    Da servire fresco (circa 12° C), ottimo come aperitivo e con piatti estivi profumati con le erbe del vostro giardino; noi lo abbiamo provato con un «Orata al forno», eccellente connubio.

    / Davide Comoli

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