Curiosità Archivi - Vinarte
  • Il profumo del vino tra Livorno e la Maremma

    Bacco giramondo – Enologicamente parlando, la Toscana è oggi la regione con il volume d’affari con l’estero più importante di tutta la Penisola – 1a parte

    La storia e le sue vicende hanno avuto un grande peso in Toscana nell’affermare la coltura della vite e la produzione del vino. Qui, prima gli Etruschi e subito dopo i Romani, sono stati i popoli che hanno radicalmente influenzato la vitivinicoltura. Se gli Etruschi sono stati essenziali, i Romani sono stati determinanti, perché a loro va il merito di averla sviluppata e diffusa sull’intero territorio della regione.

    Oggi la Toscana può essere considerata il cuore pulsante del vino italiano, grazie a una coltivazione che ha creato uno stretto e felice connubio con il territorio e il suo ambiente, alla sinergia che ha realizzato con l’uomo e i suoi obiettivi, e alla sincronia intrecciata all’attitudine turistica che pervade tutta questa regione. La Toscana di oggi è enologicamente parlando la regione con il volume d’affari con l’estero più importante di tutta la Penisola; in particolare per la categoria di vini a Denominazione, che è circa il 95 per cento della locale produzione, su una superficie vitata di circa 58mila ettari disposti soprattutto in collina.

    Nella sua forma che ricorda sommariamente un triangolo, la Toscana propone un territorio che sembra fatto apposta per la viticoltura, con un alternarsi instancabile di colline e vallate, sulle quali la vite trova il suo habitat naturale: profili ondulati, spezzati a tratti da cipressi imperiosi, panorami indimenticabili, punteggiati qua e là da torri merlate. Non bisogna poi dimenticare la gastronomia che ci viene offerta in ogni borgo in cui sostiamo, lungo le diciotto strade, e anche più, del vino della regione.

    Il vitigno più rappresentativo della Toscana è senz’altro il Sangiovese, che nella classificazione attuale contempla cinque biotipi principali, distinguibili per la forma del grappolo e per le attitudini colturali: Sangiovese PiccoloSangiovese Grosso o BrunelloPrugnolo GentileSangiovese Romagnolo a Cannello Lungo e Sangiovese del Grossetano chiamato anche Morellino. Non solo Sangiovese però: tra i vitigni a bacca nera sono molto diffusi il Ciliegiolo, il Canaiolo Nero, l’Aleatico, mentre tra quelli a bacca bianca il Trebbiano Toscano, la Vernaccia di San Gimignano, l’Ansonica, la Malvasia Bianca e il Vermentino.

    Ma è negli ultimi decenni che la Toscana si è imposta a livello mondiale, soprattutto con i vini ottenuti da uve internazionali. La regione ha così dimostrato di saper produrre grandi vini, sia con uve autoctone sia ricorrendo ai vitigni stranieri, in modo particolare quelli provenienti dalle vigne di Bordeaux.

    Le zone viticole della Toscana le possiamo suddividere in due macroaree: le colline della Toscana Centrale, che è il cuore storico della regione con le zone del Chianti, del Brunello di Montalcino, del Nobile di Montepulciano, i cui territori sono da sempre l’emblema della viticoltura Toscana, e la Costa Tirrenica, dai colli Apuani sino a Grosseto, nel cuore della Maremma.

    Entrando da settentrione dalla Liguria, incontriamo la zona dei Colli di Luni, dove circa 200 ettari di vigneto disegnano le colline, creando un caleidoscopio colorato sullo sfondo delle bianche cave di marmo tra Massa e Carrara. Tra i vitigni bianchi primeggia il Vermentino, tra i rossi invece, l’onnipresente Sangiovese e un vitigno locale chiamato Barsaglina. La nostra strada prosegue verso sud, superata Viareggio e superati i massicci bastioni di Lucca, ci addentriamo lungo le colline nella D.O.C. Colline Lucchesi, per arrivare nella piccola cittadina di Montecarlo; famosa per i suoi vini fin dall’antichità, gustiamo sia un ottimo rosso prodotto da uve Sangiovese Ciliegiolo, sia un bianco di Sauvignon Grechetto, che bagna il nostro piccolo spuntino, dove il lardo di colonnata e la finocchiona dominano il resto degli affettati.

    Sfioriamo dopo Pisa la D.O.C. San Torpè, dove si produce un semplice e onesto Trebbiano. In serata arriveremo a Bibbona, dove già da Cecina, sentiamo l’influenza forte di Bolgheri, ne è la prova il rosso di Syrah Merlot, ricco di note balsamiche, speziate dal colore intenso, che abbiamo abbinato al nostro piatto di «pollo alle prugne» (prugne secche, pancetta, vino bianco, carote, cipolle olio e pepe).

    Con la provinciale siamo giunti al bivio per Bolgheri, frazione del comune di Castagneto Carducci, fino agli anni Cinquanta conosciuta solo per i suoi cipressi «che alti e schietti van da San Guido in duplice filar», recita l’incipit di una famosa ode di Giosuè Carducci, che in questi luoghi visse la sua infanzia.

    Grazie alla lungimiranza del Marchese Mario Incisa della Rocchetta, che qui fece impiantare 1,5 ettari di Cabernet Sauvignon Cabernet Franc nel 1944, oggi questa zona di circa 1140 ettari, gode di una fama internazionale, in particolare per il suo vino di punta, il Sassicaia, riconosciuto quasi universalmente come il padre di una nuova famiglia di vini italiani; i cosiddetti «Supertuscan».

    Oltre ad avere diverse analogie con il terroir bordolese (altitudine limitata, influenza delle brezze che arrivano dal mare, terreni alluvionali-ciottolosi, con una buona presenza di ossido di ferro), il successo di questi vini in parte è dovuta alla brillante idea dell’introduzione della barrique in Italia all’inizio degli anni Cinquanta.

    Le colline alle spalle di Castagneto Carducci proteggono i vigneti di Bolgheri dai venti del nord in inverno, mentre in estate spirano leggeri venti rinfrescanti provenienti dal mare. Il disciplinare del Bolgheri D.O.C., permette di utilizzare monovitigni per i rossi e i rosati: Cabernet SauvignonCabernet Franc e Merlot fino al 100 per cento, ma sono ammessi fino al 50 per cento il Sangiovese, il Syrah e piccole percentuali di Petit Verdot. Questo non consente un unico stile di vini di Bolgheri, perché nella stessa D.O.C. possiamo trovare vini con netto taglio bordolese e di altri dove è presente il Sangiovese. Scoviamo pure dei vini I.G.P. prodotti con uve Merlot o con Cabernet Franc 100 per cento (Paleo), vini che hanno raggiunto il «gotha» mondiale nel settore.

    A Bolgheri si produce anche in piccole quantità un bianco a base di Vermentino Sauvignon Blanc, di un bel colore dorato, dagli intensi profumi di macchia mediterranea: lo abbiamo provato con estrema soddisfazione con un piatto di «triglie alla livornese», in un noto ristorante a San Vincenzo. Concludiamo la serata con una «mousse al cioccolato» perfettamente abbinata a un Aleatico Passito della non lontana Isola d’Elba, dall’intrigante profumo di gelatina di mora, fiori rossi e spezie dolci.

    A Suvereto faremo sosta per la notte, domattina visiteremo lo spettacolare progetto dell’architetto Mario Botta, la cantina di Petra, dove vengono vinificate soprattutto uve di Cabernet SauvignonSangiovese e Merlot.

    Scelto per voi

     

    Arcadia Pestoni

    «La valle del Sementina fende i contrafforti del monte come una crepa in una muraglia», così scrive sul suo sito Giancarlo Pestoni (Azienda Pizzorin, Sementina). È qui, su questi terreni collinari, che Giancarlo con la moglie Simona, allevano con cura in una piccola azienda famigliare le uve di queste vigne, dove vengono prodotti sei tipologie di vini rossi, due vini bianchi e un rosato.

    Oggi per voi abbiamo scelto l’Arcadia, un Merlot che, dopo la macerazione e fermentazione in vasche d’acciaio, subisce un affinamento di dodici mesi in barriques di secondo e terzo passaggio.

    Dal bel colore rosso rubino, l’Arcadia ci colpisce per i suoi aromi di frutta rossa e violetta, leggeri sentori fumée di liquirizia e tannini vellutati. Vino di corpo e di buona persistenza, lo raccomandiamo per i piatti della nostra cucina: noi lo abbiamo sposato in modo eccellente con un salmì di capriolo e polenta.

    / Davide Comoli

  • Capillarità e vicinanza al cliente

    Le enoteche Vinarte propongono un’ampia offerta di vini, birre e distillati della regione. Spiccano diverse etichette artigianali e biologiche tra le migliori presenti sul mercato. Il fiore all’occhiello sono i Merlot del Ticino, con un ventaglio di oltre 160 etichette tra importanti, rinomati e medagliati produttori locali e piccole cantine, che presentano nettari esclusivi e di nicchia.
    Completano l’offerta i migliori vini nazionali e internazionali, bollicine selezionate e raffinati e ricercati superalcolici.
    La missione di Vinarte è quella di soddisfare anche i bisogni della clientela più esigente, tramite una rete di vendita accessibile e di prossimità. Per questo negli ultimi anni abbiamo aperto nuovi punti di vendita e tutt’ora cerchiamo opportunità per aprire nuove filiali. In quest’ottica siamo felici di presentare l’ultima attività aperta al pubblico con una nuova formula: “Vinarte Enoteca Partner”.
    Si tratta di un “corner” sito all’interno del Ristorante Time Out, presso il centro alle Bolle in via ai Saleggi 5 a Giubiasco, che offre agli avventori una scelta di 400 tra i migliori articoli dell’assortimento Vinarte.

    Contatti:
    GIUBIASCO
    Presso il ristorante Time Out
    Centro alle Bolle – Via ai Saleggi 5
    tel. 091 857 86 79
    lun-ve 07.00 – 19.00
    gio 07.00 – 21.00
    sab 07.00 – 17.00

  • Tra i vigneti del Lazio

    Bacco giramondo – Oggi questa regione italiana produce circa 1,5 milioni di ettolitri di vino su una superficie di circa 24mila ettari, per quasi la metà in provincia di Roma

    Le immagini di una Roma godereccia e dall’animo pagano, affidate all’arte e alla letteratura, richiamano velocemente alla mente, quando si parla di un vino laziale, le antiche feste coronate da solenni bevute, con le quali innaffiare i piatti di fettuccine, porchetta e abbacchio.

    Le zone del Lazio più vocate alla viticoltura sono quelle alle pendici dei rilievi di origine vulcanica che grazie ai terreni lavico-tufacei danno un ottimo nutrimento alle viti. Va inoltre ricordato che molta della storia della coltura della vite e della produzione del vino nel bacino del Mediterraneo, si svolge nel Lazio e si lega in modo stretto a quella della Grecia e della Magna Grecia!

    La storia del Lazio vitivinicolo si caratterizza per gli alti e bassi nel corso dei secoli, attraversata da momenti più fiorenti alternati a momenti meno felici. A partire dagli anni Novanta l’enologia laziale, grazie alla riqualificazione della piattaforma ampelografica e alla riduzione delle rese per ettaro, ha fatto un grande salto di qualità. Oggi il Lazio produce circa 1,5 milioni di ettolitri di vino su una superficie di circa 24mila ettari, per quasi la metà in provincia di Roma; i vitigni a bacca bianca occupano quasi il 75 per cento del vigneto laziale. Molto merito di questo balzo qualitativo va all’ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura), con la ricerca e sperimentazione dei cloni di vitigni autoctoni come l’Angelica, l’Albarosa e il Cesanese di Castelfranco, e il recupero di varietà tipiche di zone specifiche come la Malvasia del Lazio e i suoi cloni: il Bombino Bianco, il Bellone e il Cacchione. La base ampelografica dei vini bianchi di tutto il Lazio è data dalle Malvasie e dai Trebbiani. Tra i vitigni a bacca rossa, oltre al Ciliegiolo, Montepulciano, Merlot, Cabernet, vicino ad Anagni con il Barbera, troviamo il Cesanese, il più coltivato tra i 200-600 m s.l.m. tra le falde del Monte Scalambra e Valle del Sacco. I Trebbiani di maggior interesse per la viticoltura locale sono quello Toscano, Romano e quello Giallo. Tra le Malvasie le più interessanti sono quelle Bianca di Candia e quella del Lazio Puntinata, così chiamata per le chiazze grigio-marrone presenti sugli acini.

    Un altro fattore importante per la viticoltura regionale è dato dalla produzione di pregiate uve da tavola coltivate nelle zone pianeggianti.

    Scendendo da Pitigliano in Toscana si entra nella zona dei Monti Vulsini, dove incontriamo il villaggio di Gradoli, patria del dolce Aleatico, prodotto anche nella versione liquoroso, un rosso dal profumo di rose rosse e frutti di bosco; ne acquistiamo qualche bottiglia per le serate con gli amici.

    Scendendo verso la Bolsena e il suo lago, troviamo filari di Malvasie Trebbiani, sfioriamo le vigne di Grechetto che danno origine alla D.O.C. interregionale Orvieto e non possiamo fare a meno di salire a Bagnoregio, arroccato su un colle in perenne erosione.

    Il nostro viaggio prosegue verso Montefiascone nel cuore dei vigneti che producono l’apprezzato Est, Est, Est che abbiamo sorseggiato con dei ravioli ai carciofi. Nella parte bassa della cittadina si erge la chiesa di S. Flaviano, ove è custodita la pietra tombale del prelato tedesco Giovanni Defuk, al quale il vino locale deve la sua internazionale fama.

    Prendendo la direzione di Roma, lunghe distese di vigne accompagnano il Tevere verso la capitale, a est i Monti Cimini e il Lago di Vico, a ovest la D.O.C. Vignanello che produce vini soprattutto a base di uvaggi, vini di media struttura, ottimo il Greco Bianco vinificato in purezza.

    La strada che ci porta a Cerveteri costeggia il Lago di Bracciano, celebre anche per la sua «anguilla alla brace», bagnata da un robusto rosso a base di Canaiolo Barbera. Costeggiamo la fascia costiera verso Fiumicino, zona che vanta un’antica vocazione enologica: qui abbiamo trovato vini bianchi di moderata alcolicità da uve Trebbiano, Bellone, Verdicchio e rossi prodotti con Sangiovese Montepulciano; grande il Merlot D.O.C. Cerveteri, gustato con uno «scottadito d’agnello». A sud-est di Roma, l’amico Guido, profondo conoscitore della zona, ci farà da cicerone, visitando le numerose denominazioni.

    I Colli Albani occupano un gruppo montuoso disposto a cerchio, il cui perimetro costituisce l’antica cresta di un immenso cratere, costellato da crateri secondari, sul fondo dei quali si sono formati dei laghi. I pendii sono ricoperti da uliveti e un’infinita estensione di vigneti. Dapprima roccaforti di alcune famiglie nobili, dal Seicento i tredici villaggi Albano, Ariccia, Castel Gandolfo, Colonna, Frascati, Genzano, Grottaferrata, Marino, Nemi, Montecompatri, Monte Porzio Catone, Rocca di Papa e Rocca Priora, con le loro splendide residenze, hanno assunto un carattere spiccatamente ozioso, fascinoso luogo di vacanze. Celebre per il suo vino bianco, il Frascati nella sua versione Superiore Cannellino, ci ha conquistato, nonostante rimanga nell’immaginario di molti il vino da gustare nelle Osterie sparse qua e là.

    Marino, pure, ci ha incantati con il suo Bombino Bianco dai delicati sentori di fiori bianchi e frutta fresca, dalla cui fontana dei Quattro Mori sgorga a fiumi il vino durante la festa della vendemmia. Ad Albano Laziale (la mitica Alba-Longa), abbiamo sorseggiato una profumatissima Malvasia di Candia, all’ombra delle mura fatte costruire nel 192 d.C. da Settimio Severo.

    Attraverso un mare di vigne arriviamo ad Ariccia, dove ci attende una meritata sosta gastronomica, siamo nella capitale della «porchetta» e con Guido e altri amici diamo vita a una di quelle «ottobrate» disegnate dal Pinelli (1701-1835), dove il Bombino Bianco e il Bombino Rosso, rallegrano i cuori e le anime.

    Non potevamo proseguire il viaggio senza scendere la tortuosa strada che porta al Lago di Nemi (lo specchio di Diana), un paesaggio campestre che ci ricorda le Odi di Virgilio e patria di deliziose fragoline di bosco. Adagiata sul versante sud del cratere dei Monti Albani, Velletri è il centro più grande dei Castelli Romani, si trova al centro di una regione coltivata a vigneto, tra le uve coltivate spiccano: il Sangiovese, il Ciliegiolo, il Merlot, il Montepulciano, che danno vini molto intensi e sottoposti ad evoluzione in legno. Più ad est, verso Frosinone, dove inizia la Ciociaria, troviamo l’importante area dell’autoctono Cesanese con le due D.O.C. Cesanese di AffileCesanese di Olevano Romano e la D.O.C.G. Cesanese del Piglio. Sono vini con note spesso rustiche, ma che li rende unici e riconoscibili, abbinati ai piatti della tradizione contadina. Verso il mare si apre l’Agro Pontino, le vigne qui erano già citate da Orazio e da Plinio. Tra Terracina e Anzio, con i suoi 5400 ettari questa zona in provincia di Latina è la seconda per produzione nella regione. Dopo la bonifica delle paludi negli anni 30, oggi si stanno producendo alcuni vini interessanti come il Trebbiano, il Merlot, il Sangiovese, che ricordano un po’ i vini delle regioni da cui sono provenuti i coloni che bonificarono questi luoghi.

    Ospiti di Mauro e Maria Rita nella loro casa immersa tra la vegetazione mediterranea, a due passi dal mare di Lavinio, gustiamo, preparati dal «patron», dei «bucatini cacio e pepe» accompagnati da un bianco prodotto con uve Viognier Malvasia del Lazio e un’indimenticabile «coda alla vaccinara» maritata ad un ottimo Nero Buono prodotto a Cori.

    Scelto per voi

    Fumin Ottin

    Il Fumin è stato in passato uno dei vitigni più coltivati dell’Alta Valle d’Aosta. In seguito, è stato però dimenticato, per difficoltà riscontrate in vigna. Oggi è in netta ripresa per la qualità dei vini che se ne possono ottenere.

    Per la rubrica di questo numero abbiamo scelto il Fumin di Elio Ottin (frazione Porossan-Neyves, Aosta). Prodotto nella cantina di impronta famigliare, è un vino in cui si riscontrano le caratteristiche del terroir valdostano.

    Questo vino matura in legno da 20 e 30 hl per 12 mesi, il colore è un rosso porpora intenso e quello che ci colpisce sono i profumi: all’inizio forti note di frutti selvatici, more, marasche, mirtilli uniti a sentori speziati, tabacco, vaniglia, chicchi di garofano; è intenso, dai tannini morbidi e di buona persistenza.

    È un vino da abbinare a piatti ricchi, selvaggina, polenta concia, costoletta alla valdostana. Eccelso il Fumin provato con la tipica «Carbonade».

    / Davide Comoli

  • Orazio, il poeta di Bacco

    Vino nella storia – Sua la famosa locuzione latina «Carpe diem», ma anche tante altre dedicate alla poetica bevanda

    «Nunc est bibendum» («Ora bisogna bere»). Orazio esulta con le stesse parole di Alceo per l’uccisone di Mirsilo, all’annuncio della fine di un mortale pericolo per Roma, quale poteva essere quello rappresentato dal sodalizio tra Cleopatra e Antonio. Cosicché quando nel 30 a.C. a Roma giunge notizia che entrambi gli amanti sono morti, anche Orazio, traducendo in modo letterale Alceo, festeggia l’avvenimento: «Ora bisogna bere, ora bisogna battere la terra a piede libero. È tornato amici, il tempo di ornare l’altare degli dèi con un banchetto da fare invidia ai Salii. Prima di ora non era lecito spillare il Cecubo (ndr: vino di ottima qualità) dalle cantine degli antenati…».

    Orazio, è per noi il vero, grande, convinto e autentico cantore del vino, il poeta del vino per eccellenza in lingua latina.

    Quinto Orazio Flacco (Venosa 65-Roma 8 a.C.), figlio di un liberto che aveva messo insieme un piccolo patrimonio, grazie al quale era riuscito a collocarsi socialmente in quella che oggi si chiama «piccola borghesia», studiò a Roma e ad Atene. Nel 42 a.C. combatté a Filippi nell’esercito repubblicano di Bruto e Cassio, gli uccisori di Giulio Cesare. La sconfitta di Bruto e un infortunio personale (l’abbandono dello scudo sul campo), ebbero decisive ripercussioni sulla sua vita e sulla sua psicologia. Perdute le terre paterne, si ridusse a un modesto ufficio di scrivano dedicandosi alle lettere.

    Virgilio lo presentò a Mecenate, il finanziere dai natali etruschi (qualcuno dice fosse di Montalcino), a cui si legò di stretta amicizia. Fu allora che Orazio realizzò il suo sogno (munifico dono dell’amico sopraccitato): una villa e un podere nell’idilliaca campagna in Sabina, luogo di evasione dalla convulsa vita dell’Urbe. Entrato nelle grazie di Augusto, rifiutò incarichi ufficiali e preferì gli ozii meditativi, dedicati alla poesia.

    Seguace della dottrina epicurea, fu il cantore dell’aurea mediocritas, ideale equilibrio etico tra capacità di rinuncia e piaceri immediati (amore, serenità campestre, amicizia e naturalmente vino), calati nel quotidiano e ispirati a un intenso senso del presente e della fugacità della vita. Rispetto alla quale fugacità, il poeta lucano esprime la sua filosofia (che è diventata anche la nostra), concentrata nel famoso imperativo: «Carpe diem» («Cogli l’attimo» – Ode 1,11).

    Ma noi dobbiamo parlare di vino, e citare tutti i passi nei quali Orazio parla della nostra bevanda preferita, è un’ardua impresa. Ma ce ne sono alcuni, come quello citato all’inizio, dove Orazio sulle ali del vino tocca alti vertici poetici.

    Quello che vi proponiamo, tratto dall’Ode 1,7 a Planco, è uno dei suoi versi più belli, dove l’eroe greco Teucro in fuga con pochi amici dall’ira paterna, si rivolge a loro per incoraggiarli «[…] O fortes peioraque passi mecum saepe viri, nunc vino pellite curas: cras ingens iterabimus aequor» («[…] O uomini forti, che spesso avete sopportato con me mali peggiori, scacciate ora gli affanni col vino; domani sarà immensa l’acqua del mare e continueremo il (nostro) viaggio»). Ma a noi piace molto la già citata Ode 1,11 dedicata a Leuconoe, «No, non chiederlo agli dèi, Leucònoe, non chiedere né il mio, né il tuo destino. Non ti è concesso di saperlo […]. Sii saggia: bevi un sorso di vino e in quel breve attimo tronca una lunga speranza. Già mentre stavi parlando il tempo invidioso se ne è fuggito. Afferralo questo attimo: Carpe diem! e pensa che forse non ci sarà domani». In sintesi, questa è la filosofia di Orazio, con la quale si può o non si può concordare, ma che certamente lo imparenta col greco Alceo, altro grande cantore del vino. E come Alceo, anche Orazio sembra voler approfittare di ogni occasione per sorseggiare una coppa di vino. Il vino è, anche per Orazio, lo strumento o se preferite «la magica pozione» per propiziare quegli attimi di abbandono e di felicità che può procurare un incontro amoroso.

    Per amore del vino, Orazio, parco nei bisogni, modesto nelle aspettative, dedica una delle Odi (111,21) a un’anfora colma di prezioso Màssico, il «cru» pregiato del Falerno. Si tratta di un vino vecchio, di poco meno di 40 anni (è del consolato di Manlio Torquato, 65 a.C.), e quell’anfora sarà aperta per festeggiare l’invito a pranzo del caro amico del poeta, il console Marco Valerio Messala Corvino.

    Orazio ci dimostra con questo brano di conoscere molte varietà di vini, di apprezzare le differenze, tanto da non accontentarsi di un vino qualsiasi: «Tu nata con me al tempo del console Manlio, sia che con te porti lamenti o gioia e litigio o amori folli o un sonno senza sogni, tu, anfora consacrata, a qualunque titolo hai affinato il Massico che conservi, ma certo di essere aperta in un giorno felice, scendi qui fra noi, ora che Corvino impone d’offrire un vino prelibato… Agli animi che meno sono inclini tu fai dolce violenza; col giocondo Lieo tu riveli l’angoscia dei sapienti e i pensieri che nell’animo nascondono; tu ridoni speranza ai cuori che s’angustiano e al povero, che dopo il vino più non teme l’ira dei re e l’arma dei soldati, regali forza e coraggio».

    Le anfore che Orazio conservava nella sua cantina, contenevano senz’altro vini di buon livello, perché il poeta, lo racconta lui stesso, ama trattarsi piuttosto bene, grazie all’amico Mecenate non doveva avere soverchi problemi economici.

    Salvo però, di tanto in tanto, piangere miseria sulle robuste spalle di quel Mecenate, perché il benefattore non avesse a scordare che il trattamento economico a lui riservato poteva essere suscettibile di qualche miglioramento, ma tenendo sempre il vino come termine di riferimento (Odi 1,20): «In coppe modeste berrai un vinello sabino di quello che in un’anfora greca ho io stesso imbottigliato, con tanto di sigillo, il giorno in cui ti tributarono, a teatro un’ovazione, caro cavaliere Mecenate, di tale intensità che le rive del nostro fiume e la festosa eco del colle Vaticano ti restituirono all’unisono, l’applauso. Sarai certo abituato a degustare Cecubo e Caleno d’uva spremuta con il torchio; i miei bicchieri però non sono rallegrati dalle viti del Falerno o dei colli di Formia».

    A parte queste lacrime di circostanza, però, va ribadito che a vini Orazio non si trattava certamente male. Quel che è certo è che il vino e il suo dio durante l’aurea mediocritas di cui Orazio era la voce poetica di Augusto e dopo Virgilio, non più fuoco per passioni, entrò per così dire, in una dimensione più domestica e di emozioni più contenute. Bacco, comunque, non si turbò più di tanto, sapeva che dal circolo formatosi intorno a Mecenate, non poteva aspettarsi altro. Il dio guardò con altera indifferenza alcuni moralisti che ignorarono scientemente l’ambiguità del suo dono e come Seneca ne illustrarono solo: «gli effetti collaterali».

    Scelto per voi

    Doral – Carla

    Carla è un vino prodotto da Davide Cadenazzi, ottenuto con uve Doral (incrocio tra Chasselas x Chardonnay creato nel 1965), le quali maturano su ceppi di vite che affondano e traggono nutrimento dai terreni ghiaiosi ai piedi del Generoso.

    Il nome di questo Doral è un omaggio che Davide Cadenazzi ha voluto dedicare alla memoria della madre.

    Nel bicchiere, Carla si presenta con un bel colore giallo dorato brillante e da subito si librano nell’aria note aromatiche che il naso poi conferma: agrumi e sentori d’albicocca si rincorrono rendendo molto gradevole l’esame olfattivo. La piacevole acidità e l’elegante morbidezza creano un bell’equilibrio in questo vino, dove l’alcol non la fa da padrone, e il finale lungo è un delizioso ricordo di burro d’arachidi che ci riporta alla giovinezza passata negli USA.

    Da servire fresco (circa 12° C), ottimo come aperitivo e con piatti estivi profumati con le erbe del vostro giardino; noi lo abbiamo provato con un «Orata al forno», eccellente connubio.

    / Davide Comoli

  • Andar per vini in Romagna

    Bacco giramondo – Dalla Strada del Sangiovese ai balconi vitati di Rimini – 2a parte

    Le differenze viticole più significative che si possono rilevare tra l’Emilia e la Romagna sono date da una diversa base ampelografica e dal fatto che nella prima prevalgono vini vivaci e frizzanti, mentre nella seconda, vini fermi.

    La Romagna è il regno del Sangiovese, ed è proprio a questo vitigno – di cui è composta la maggior parte del vigneto romagnolo – che la regione deve le sue maggiori glorie, anche se l’unica DOCG è quella dell’Albana di Romagna ricevuta nel lontano 1987. L’indiscusso portabandiera di questa regione, e anche il più conosciuto, è soprattutto il suo «passito».

    Anche in questa zona l’influsso etrusco fu determinante per l’evoluzione della vitivinicoltura, ma pure i Greci ebbero una parte importante nell’impianto del vigneto romagnolo. Più precisamente gli Etruschi, stando a quanto asserisce lo scrittore latino Varrone (116 a.C.-27 a.C.), bonificarono i vastissimi acquitrini di Adria e di Spina, dove sorsero Argenta e Ferrara, ed edificarono i luoghi dove sorsero Faenza, Imola e Forlì (la Forum Livii romana). Ribattezzati in seguito dai romani per indicare il loro radicato dominio sul territorio con il nome che ancora oggi conserva.

    Lo storico Strabone (63 a.C.-20 d.C.), già si sorprendeva nel trovare in una terra così paludosa «una singolarità meravigliosa» (forse come vedremo il vino prodotto dall’Albana) e il poeta Marziale (40-104 d.C.) si stupiva che da quelle parti gli venisse servito vino puro. Nel 402 d.C. – con il trasferimento della capitale dell’Impero Romano d’Occidente a Ravenna – iniziò in quella zona un’eccezionale fioritura artistica che, oltre ai marmi pregiati, portò il vitigno Refosco Terrano, conosciuto in Romagna come Cagnina. Anche Dante Alighieri, in un passo del Purgatorio, fa riferimento al buon vino di Forlì, e nei secoli che seguirono la viticoltura continuò a prosperare, tanto che, nella sua opera De Naturali Vinorum Historia, Andrea Bacci nel 1596 descrisse i vini Sangiovese Albana. Nel 1906, vicino a Cesena la fillossera distrusse il 90% degli impianti vinicoli, che si ripresero con grande fatica.

    Suddivisa in parti eguali tra pianura e collina, la Romagna presenta un territorio differenziato. Nella zona di pianura a prevalere sono i terreni alluvionali, formati dal fiume Po e dai suoi innumerevoli affluenti; sono ricchi di limo e argilla, e sono abbastanza fertili. In collina troviamo invece terreni ricchi di argilla e calcare che permettono soprattutto al Sangiovese di esprimersi al meglio, dando origine a vini profumati e ricchi di struttura, in grado di invecchiare a lungo. Con i suoi 2400 ettari vitati, la viticoltura ha un’importante valenza economica sulla regione.

    Iniziamo il nostro viaggio laddove l’Appenino comincia a farsi selvaggio, percorrendo la cosiddetta «Strada del Sangiovese», di certo uno dei luoghi più amati dagli appassionati del buon vino, visto che da questo vitigno si ottengono grandi prodotti dell’enologia riconosciuti a livello mondiale. Il nostro percorso si snoderà tra enologia, gastronomia, ma anche arte, storia e cultura, partendo dalla collina faentina e percorrendo la pianura sino al mare.

    Da Imola risaliamo le colline: oltre che al Sangiovese, vengono allevate viti di CiliegioloAncellottaMerlot, tra i vitigni a bacca rossa, da dove si ottengono vini dagli intensi profumi di viole e frutti rossi, dai tannini eleganti, da bere dopo una breve evoluzione e da gustare con «l’anatra alla romagnola», cucinata con pancetta, aromi e vino. Inoltre, le argille rosse ricche di calcare consentono di ottenere vini molto profumati: da provare un bianco di Pignoletto frizzante, ottimo per una sosta golosa in un caldo pomeriggio con «salumeria» locale non troppo piccante.

    Toccando il suggestivo borgo Medievale di Brisighella, abbiamo gustato, su crostoni di pane casereccio, l’aromatico e insuperabile olio di oliva extra vergine, prodotto in loco. Non troppo distante qualcuno ci ha indicato il villaggio Riolo Terme, stretto attorno a un’antica rocca, dove a cena ci vengono servite «pernici saltate con tartufo nero e scalogno» (Riolo è la patria di questa pianta erbacea); il matrimonio di questa portata con un rosso Riserva di Sangiovese/Merlot, è rimasto indelebile nella nostra mente.

    La vera regina di questa terra è Faenza, centro rinascimentale e celebre nel mondo per le sue ceramiche. Qui abbiamo scoperto l’antica relazione tra ceramica e vino, sì, perché secondo la mitologia greca, l’Arte della ceramica fu inventata da Keramos, figlio pensate un po’ di Dioniso e Arianna. Raggiunto il piano s’incontrano luoghi dove un’agricoltura fiorente convive in modo armonico con le tradizioni rurali, e attraversiamo dunque Lugo e Bagnacavallo prima di raggiungere la splendida Ravenna. Tra colline tondeggianti ammantate di viti, c’immergiamo nella Romagna più autentica, terra sanguigna e appassionata, e qui – scusateci – tornano alla mente i versi appresi studiando le poesie di Giovanni Pascoli che parlano di un brigante romantico «Passator cortese, re delle strade, re delle foreste». Attraversiamo Forlì e saliamo verso Predappio, passando prima da Forlimpopoli a visitare il Museo dedicato a Pellegrino Artusi, dove con un piatto di «passatelli fatti con parmigiano reggiano, pane grattugiato e uova» cotti in brodo di carne, gustiamo un gradevole Pagadebit, qui chiamato Mostosa, vitigno bianco diffuso in collina, con delicate note erbacee. È un vitigno che consente di fare vino anche in annate difficili ed è particolarmente resistente alle varie malattie della vite. Da ciò il suo nome, che sta a significare come i contadini riuscissero in parte a «pagare i debiti» ai proprietari dei terreni con quel vino, che permetteva loro di tirare a campare anche in caso di vendemmia cattiva o scarsa.

    Qui siamo nella patria della «Piadina». È una campagna ricca quella dell’entroterra della provincia di Forlì e Cesena, ed è appunto prima di arrivare a Cesena (antico feudo dei Malatesta), che ci concediamo una pausa in quella che è considerata una delle capitali dell’ospitalità, stiamo parlando di Bertinoro. La bontà del vino Albana, uno degli emblemi della collina romagnola, è legata a una leggenda. Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio (400 d.C. ca.), in queste zone ricevette una generosa ospitalità e le fu offerto vino servito in una coppa di terracotta, un nettare che trovò tanto soave da esclamare (sembra): «Non servito così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì berti in oro!». Fu così che alla corte di Ravenna si cominciò a bere l’Albana.

    L’Albana dà vini molto profumati, di miele, albicocche, note speziate e intense; e può dare vini dolci o secchi, ma è soprattutto il famoso Albana Passito che esprime al massimo le sue potenzialità. Lo abbiamo provato con il saporitissimo «formaggio di fossa» della non troppo distante Sogliano al Rubicone e, credeteci, è una vera delizia.

    Il nostro viaggio giunge a termine nei pressi di Rimini, tra i vigneti che sembrano balconi sul mare: qui abbiamo concluso la serata con un vino bianco di uve Pignoletto.

    Leonardo da Vinci, che per conto di Cesare Borgia visitò le rocche romagnole, lasciò scritto: «Et però credo che molta felicità sia agli homini che nascono dove si trovano i vini buoni». Come dargli torto?

    Scelto per voi

    Pigato – Terre di Luna

    Estesa lungo tutta la Riviera di Ponente, la coltivazione del Pigato ha in Liguria il suo centro più importante nella zona compresa sulle colline dell’immediato entroterra della provincia di Savona, nella piana di Albenga e nella valle dell’Arroscia.

    Il Terre di Luna che oggi vi consigliamo è vinificato dalla Cantina Bosoni, in acciaio: le uve maturano a un’altezza di circa 300 metri slm con esposizione a sud, una prerogativa necessaria per mantenere un giusto rapporto di zuccheri; questa esposizione permette alla vite di essere in continuazione baciata dal sole.

    Il Pigato si apre con toni balsamici e il suo colore è giallo paglierino con leggeri riflessi dorati, l’intenso profumo è legato alla frutta matura e alle erbe aromatiche tipiche della Liguria, la struttura gustativa si basa su note fresche e sapide, supportate da una buona morbidezza e media struttura. La buona persistenza aromatica è lunga e lascia piacevoli note ammandorlate.

    Vino da servire tra i 10°/12° C e da abbinare alle classiche torte di verdure, agli spiedini di cappesante e calamaretti o gamberoni, ma noi lo preferiamo con le classiche Trofie al pesto o ai quasi introvabili Pansôti con una salsa di noci.

    / Davide Comoli

  • Dedicato a Ovidio

    Vino nella storia – Un dovuto omaggio al poeta che interpretò Bacco per elargire consigli sulla tecnica amatoria con dolci parole che ancora oggi risuonano in noi

    Dopo aver abbandonato quei letterati che pur avevano celebrato la vita agreste (vedi Virgilio), ma che avevano manifestato se non proprio diffidenza una certa prudenza nei confronti del suo dono, Bacco andò in cerca di chi voleva sperimentare un’esistenza piena, fatta di contraddizioni.

    L’invasamento bacchico colpì il malinconico Tibullo che, nel suo Corpus Tibullianum, descrive la sua segreta aspirazione a una modesta vita serena in una modesta casa, al calore di una bella fanciulla e a una pace interiore che una coppa di vino poteva garantire: «Adde merum vinoque novos compesce dolores…» («Versa vino e col vino esprimi i nuovi dolori»).

    Il divin licore, nel primo periodo imperiale, tolse un po’ ai Romani la corazza, la spada, la lancia, lo scudo e li avviò a battaglie più seducenti. Bacco e Venere diventarono l’accoppiata vincente; conquistarono sempre più nuovi estimatori, suscitando nuove emozioni e rendendo più stuzzicante la loro esistenza.
    Di certo Bacco doveva nutrire una particolare simpatia per Ovidio, fine conoscitore della psiche femminile, abile nella conversazione, impeccabile nell’arte della seduzione.

    Publio Ovidio Nasone (Sulmona 43 a.C.-Tomi 17 d.C.), fece parte del circolo letterario di Messala Corvino. Era la Roma dei salotti, delle feste, del passeggio nel Foro, e Ovidio nell’anno 1-2 d.C. era un raffinato poeta e idolo dei circoli mondani della capitale. E lo fu proprio durante quel periodo in cui vigeva l’austera politica culturale voluta da Augusto, dal quale venne esiliato perché implicato per un oscuro scandalo di corte, sulle rive del Mar Nero a Tomi, dove morì. Tra le innumerevoli sue opere ricordiamo: Gli amori, Lettere dal Mar Nero, il suo capolavoro le Metamorfosi, opere dell’esilio come Tristezze e soprattutto quello che interessa a noi per i versi dedicati alle lodi del vino: L’arte amatoria.

    Ars amatoria è un poema in tre libri. Codice ardito di tattica galante, contiene una trama di maliziosi suggerimenti rivolti agli ingenui o ai timidi, ma anche agli sperimentati cultori della pratica erotica, siano essi uomini o donne.

    Egli descrive infatti con una fluida eleganza poetica, consuetudini della vita pubblica, ma anche particolari nascosti della vita privata e dell’intimità sessuale, cogliendone il senso dell’amore, ma inteso come schermaglia galante, intrisa di fuggevoli emozioni e malizia, senza drammi.

    I versi di Ovidio sono pregni di vino, strumento capace di agevolare il rapporto amoroso e, dopo 2000 anni, mantengono intatta la loro freschezza come un Falerno prodotto sotto il consolato di Opimio.
    Ovidio usa la mensa quale scopo recondito e sottile per la sua Ars Amatoria: i conviti forniscono occasione d’incontro; c’è qualcosa da cercare (ci consiglia) oltre al vino.

    Dal Primo libro dell’Ars Amatoria (VV 229-246) citiamo: «Anche i banchetti, con la tavola imbandita, offrono buoni approcci, e qualche cosa d’altro ci potrai trovare, oltre al buon vino. Là spesso Amore con le tenere mani afferra e tiene ferme, splendente di giovinezza, le corna del dio Bacco che sta a mensa; e quando il vino ha impregnato le ali di Cupido, allora il dio si ferma, appesantito, seduto saldamente al posto conquistato. Egli sì vola rapido via battendo le ali bagnate ma guai se le gocce lanciate da Amore ti toccano il petto. Il vino dispone l’animo all’amore e lo rende pronto alla passione: l’inquietudine fugge e si dissolve con il vino abbondante: allora nasce il riso, ed anche un pover’uomo si fa audace: allora se ne vanno affanni e rughe sulla fronte, e la sincerità, nel nostro tempo così rara, rende aperti i cuori giacché il divino Bacco bandisce ogni artificio. Là spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani, e Venere, col vino, è fuoco aggiunto al fuoco. Ma tu non creder troppo all’ingannevole lucerna, la notte e il vino non sono adatti a giudicare la bellezza…».

    Proseguendo la lettura, qualche verso più avanti (VV 565-582 e 589-602) notiamo la premura di Ovidio di fornire utili e oculati consigli sull’uso del vino nel corso delle schermaglie amorose ai cosiddetti «sciupafemmine» dell’epoca romana, scrive: «Quando dunque ti saranno sulla mensa offerti i doni di Bacco e avrai una donna accanto a te sul letto tricliniare, prega il padre Nyctelio (Bacco) e i sacri riti della notte e di far sì che il vino non ti dia alla testa. Allora con parole coperte potrai dire molte frasi allusive che lei intenda come rivolte a sé. Potrai con poche gocce di vino scrivere leggere lusinghe così che sulla tavola lei legga d’esser la padrona del tuo cuore; potrai guardarla negli occhi con occhi che rivelano il tuo amore: anche uno sguardo muto ha spesso voce e parola».

    Ovidio è un brillante maestro di un pubblico sensibile e la sua poesia passa dall’insegnamento amoroso alla favola dotta; fondamentali nell’ambiente che lo circonda sono la simulazione dei sentimenti e l’astuzia.

    Nella sua Ars Amatoria spesso ripete: fallite fallentes, ovvero ingannate chi v’inganna, rivolto agli uomini (I VV 645), ma qualcosa di simile ripete alle donne (III VV 401) avendo l’accortezza di fornire pure alle signore (ricorrendo anche all’aiuto del vino) preziosi consigli sull’arte di amare e farsi amare (III VV 751-768: «Quando dovrai recarti a una festa… arriva in ritardo, e con eleganza fa il tuo ingresso a lampade già accese: giungerai gradita per l’attesa; l’attesa è un’ottima mezzana. Se anche sei brutta, sembrerai bella a chi ha bevuto, e sarà l’ombra della notte a tenere nascosti i tuoi difetti. Prendi cibi con le dita (c’è uno stile anche nel mangiare) e con la mano sporca non ungerti la faccia. Non prender nulla a casa, avanti cena, ma fermati prima d’esser sazia». Poi continua con un utile consiglio: «Più adatto alle ragazze è il bere, e può essere anche più elegante, ma anche questo finché la testa lo sopporta, e la mente e le gambe stanno salde: insomma, se la cosa è una non vederla doppia. Brutto è vedere una donna distesa, fradicia di vino».

    «Hic ego qui iaceo», così incomincia la breve nota scolpita sul monumento funebre situato sulla piazza a lui dedicata nella città di Costanza (Mar Nero, Romania); ci siamo fermati di fronte pochi giorni fa, e abbiamo constatato quanto dura fosse la punizione per chi trasgrediva le leggi di Roma. «Hic levo carmine quo possum tristia fata» («Qui allevio come posso con il canto i tristi destini»). Ad Ovidio, il vero grande autentico cantore del vino, abbiamo librato un calice di una dorata, dolce e profumatissima Tamaioasa Romaneasca.

    Scelto per voi

    Sarabande Hauser

    Arrivato in Ticino alla fine degli anni Novanta, dopo la laurea in ingegneria elettrotecnica, Urs Hauser si è innamorato del nostro cantone e, come dice lui: «La bellezza della natura che si vive e respira nei vigneti mi hanno motivato». Con la moglie ha comprato una casa a Contone e oggi, con molti sacrifici e investimenti, da autodidatta alleva e vinifica le uve di circa venti vigneti, alcuni vecchi e di difficile accesso, tra la pianura (un terzo) e i ripidi pendii del Monte Ceneri (due terzi), per un totale di 4,5 ettari.

    Tra i molti vitigni coltivati (75% Merlot), oggi per voi abbiamo scelto il suo Sauvignon, il 5% della produzione.

    Il Sarabande di casa Hauser ci ha colpito per la sua freschezza aromatica e persistenza gustativa. Dal colore giallo paglierino, al naso presenta una buona intensità, dall’erbaceo, salvia, ortica, i profumi evolvono verso il floreale, fiori di sambuco per virare sul fruttato, ananas e mango; una discreta componente alcolica e struttura sono sostenute da una buona acidità. Da servire fresco 10°-12° C con spaghetti alle vongole, formaggi caprini freschi, ma noi lo abbiamo sposato in modo divino con un fritto misto di lago. 

    / Davide Comoli

  • Andar per vini in Emilia

    Bacco giramondo – Continua il viaggio nelle regioni d’Italia, dividendo in due la terra delle città medioevali e della Riviera adriatica – Prima parte

    Regione cerniera tra l’Italia continentale e quella peninsulare, l’Emilia Romagna si apre a nord verso la «Bassa» Padana e accompagna il fiume Po verso la sua foce: la via Emilia divide questa parte dal versante sud e più orientale, dove la Romagna viene bagnata dal Mare Adriatico.

    Nata nel 1860 sulle ceneri dei ducati di Parma e Piacenza, di Modena e Reggio, di Ferrara e delle terre che lo Stato Pontificio possedeva a nord di Roma, questa regione vanta zone molto differenti tra loro, tipologie e vitigni diversi, tradizioni che alle volte sembrano molto distanti l’una dall’altra, tutte sfumature mantenute grazie anche al fatto che sia gli emiliani sia i romagnoli tengono molto alla loro identità. In rispetto, dunque, a queste differenze, il dividere la regione in due articoli separati ci sembra cosa logica, e partiremo dall’Emilia solo per scelta casuale.

    L’archeologia colloca la coltura della vite in questa regione molto indietro nel tempo: reperti dell’età del bronzo (1700 a.C.) rimandano gli albori della viticoltura a quell’epoca. Ma come testimonia lo scrittore latino Varrone, furono gli Etruschi a far compiere un salto di qualità alla coltivazione delle viti in questa zona, portando nuovi vitigni nonché adeguate tecniche produttive.

    Sta di fatto che quando il console romano Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. fece costruire la via consolare Emilia, di certo constatò con ammirazione la successione di vigne e l’abbondanza di vino. Non per nulla, autori latini scrivevano di questa regione lodandone l’eccezionale produzione fino a 312 hl/ha! Sebbene nessuna fonte si domandi se tanta abbondanza corrispondesse ad altrettanta qualità.
    Tra il XIII e il XIV secolo, compaiono il Trebbiano, che a detta di Pier de’ Crescenzi «fa nobile vino e ben serbatojo» e la Malvasia; nel XVII secolo compare anche il Lambrusco, come figlio delle viti menzionate da Catone, il quale avrà un successo strepitoso. Il XIX secolo vede invece la crisi fillosserica che distruggerà il 90 per cento dei vitigni della regione.

    Lungo la direttrice della Via Emilia, scendendo verso sud, si attraversano le provincie emiliane – con l’eccezione della provincia di Ferrara, situata poco più a nord-est: ebbene il vigneto emiliano si estende per circa 28mila ettari.

    La parte nord-occidentale è quella dei Colli Piacentini e, percorrendo la Strada dei Vini, sembra di entrare in una fiaba fra castelli, borghi e pievi, sulle valli Tidone, Trebbia, Nure e Arda. Qui il vino più rappresentativo è senz’altro il Gutturnio (Barbera e Croatina), un rosso di buon corpo, simile ai rossi dell’Oltrepò Pavese, d’abbinare con tipici Pisarei e fasò. Accanto a lui troviamo un bianco leggero e talvolta frizzante, l’Ortrugo, prodotto da uve omonime, da provare con i ravioli burro e salvia, senza dimenticare i profumati e gustosi salumi piacentini.

    Proseguendo il nostro itinerario incontriamo l’incantevole Castellarquato, castelli da sogno e dolci colline ricoperte di vigneti, ci fermiamo in Val Trebbia per un ristoro dell’anima nell’Abbazia di San Colombano a Bobbio. Gustiamo qui il Trebbiano e a Monterosso Val d’Arda una profumatissima Malvasia di Candia, Moscato, Trebbiano Ortrugo. Scendendo verso Parma, fate una sosta a Vigoleno, dove si produce una chicca enologica come il Vin Santo di Vigoleno, in cui entrano pure vitigni come il Sauvignon e la Marsanne.

    Proseguendo per Parma, la viticoltura si concentra nelle zone pedecollinari, dove il Sauvignon è il vitigno più rappresentativo e i vitigni coltivati fanno pendant con quelli sopraccitati. Abbiamo poi apprezzato molto lo Spumante Metodo Classico prodotto con uve Pinot NeroChardonnay Pinot Bianco, gradevolissimo aperitivo, quando ci siamo fermati nel Parco Regionale nell’area compresa tra i fiumi Taro e Ceno, dove paesaggi rurali incoronano prodotti agroalimentari di assoluta eccellenza (prosciutto di Parma, salame felino, tartufo nero di Fragno e naturalmente il parmigiano reggiano).
    Varcando il confine della provincia di Reggio Emilia si entra nel regno dei vini frizzanti: qualche chilometro prima del capoluogo inizia l’area del Lambrusco, tra Montecchio, Gualtieri, Cavriago e comuni limitrofi, si produce il Reggiano Lambrusco Salamino, gradevole e fresco, forse il più leggero e beverino fra tutti gli altri Lambruschi. Salendo lungo le pendici dell’Appennino troviamo Bibbiano e raggiungiamo Canossa, con i ruderi del castello di Matilde. Bagnati da un frizzante e leggero Bianco di Scandiano, prodotto con uve Sauvignon (qui chiamato Spergola), abbiamo gustato il «Gnocco fritto» e «l’Erbazzone», una torta salata a base di Parmigiano Reggiano DOP ed erbette.

    Il nostro viaggio ci porta a visitare le acetaie dell’aceto balsamico tradizionale di Modena DOP e a entrare nelle cantine dove si vinificano le diverse varietà di Lambrusco. Il più famoso è molto probabilmente il Lambrusco di Sorbara, ma quelli con più corpo e violacei sono il Lambrusco Salamino di Santa Croce e il Lambrusco di Castelvetro, sono questi dei vini semplici che affondano le radici nella più autentica tradizione popolare della provincia di Modena.

    Poco prima di Bologna facciamo una deviazione verso nord-est in direzione della provincia di Ferrara, verso la fascia di costa tra il delta del Po e la foce del Reno, unica zona della provincia a vantare una produzione vitivinicola, caratterizzata dalla coltivazione di vitigni che crescono bene sui terreni sabbiosi. Il vitigno più famoso è il Fortana, le cui origini potrebbero risalire alla civiltà etrusca che aveva fondato la civiltà di Spina. I vigneti di costa, allevati su dossi sabbiosi, tra i boschi di lecci con viti basse, hanno resistito al flagello della fillossera, e sono infatti a «pied franc», senza portainnesto americano.
    La DOC Bosco Eliceo Bianco e Bosco Eliceo Rosso, è prodotta con uve FortanaMerlotTrebbiano e Sauvignon. Sono vini unici nel loro genere; assolutamente da provare in una delle tante trattorie della valle di Comacchio, è il Bosco Eliceo Rosso con «l’anguilla alla brace».

    Chiude il panorama della vitivinicoltura dell’Emilia una zona completamente diversa da quelle precedenti. Il nostro viaggio continua, infatti, in provincia di Bologna, percorrendo la strada dei Colli Bolognesi. L’inizio dei vigneti di Sangiovese ci fa capire che siamo vicini alla Romagna: piccoli gioiellini enologici si trovano cammin facendo tra i crinali e le vallate appena fuori Bologna, fino ai confini della Toscana.

    Tra i vitigni cosiddetti internazionali ritroviamo anche il Barbera e un Bianco prodotto con uve Albana, sebbene il più caratteristico sia senza dubbio quello prodotto con le uve Pignoletto, utilizzato anche per la produzione di vini frizzanti e spumanti, leggeri e particolarmente piacevoli. Consigliamo comunque di provare il Pignoletto Classico DOCG, vino morbido e sapido, per accompagnare un piatto di «Tagliatelle di castagne con pancetta e pecorino».

    Il nostro viaggio continuerà sul prossimo numero dedicato alla rubrica «Bacco giramondo» verso la Romagna, regione che dal punto di vista vitivinicolo non ha nulla da spartire con l’Emilia.

    Scelto per voi

    Gamay Gilliard

    Con il suo colore violaceo, una sostenuta acidità e tannini abbastanza leggeri, morbido che quasi vi strega, il Gamay della maison Gilliard di Sion dona un vino dalla stupefacente intensità olfattiva, dove predominano il cassis, la ciliegia e, tra i profumi floreali, la violetta.

    Vitigno di origine borgognona, il Gamay ha subito trovato il suo habitat ideale sui terreni granitici del Vallese, dove la natura s’avvicina molto ai terreni del Beaujolais-Villages e trova i suoi terroirs ideali tra Martigny e Saillon.

    Facile da bere, per il suo tasso alcolico ragionevole, il Gamay va bevuto giovane e, per la sua natura fruttata, lo raccomandiamo con piatti di salumeria, carni bianche cucinate in modi diversi e piatti di formaggio. Nella stagione fredda lo abbiamo provato con una fondue chinoise: una meraviglia.

     

    / Davide Comoli

  • I vitigni secondo Virgilio e Columella

    Vino nella storia – A confronto i punti di vista di un poeta e di un agronomo ante-litteram

    Nell’età aurea di Roma, in seguito alla stabilizzazione delle condizioni politiche, fu reso possibile e s’incoraggiò il ritorno alle campagne; la viticoltura e l’enologia rappresentarono due aspetti importanti per la vita economica e sociale di quel periodo.

    Già antecedentemente, personaggi come Catone (234-149 a.C.) e Varrone (116-27 a.C.), avevano composto trattati di agricoltura, ma nell’epoca più fiorente dell’impero si aggiunsero Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.) e Lucio Giunio Moderato Columella (I sec. d.C.).

    Come sottolinea quest’ultimo, il vino oltre che prodotto per la necessità famigliare come alimento, diventa un mezzo di scambio e un indubbio reddito sia per chi lo produce che per chi lo commercia. Con calcoli precisi e dettagliati, Columella sottolinea i vantaggi economici che può dare un vigneto «per chiunque sappia unire la scienza alla diligenza». Il guadagno che può dare un vigneto, secondo quanto afferma, è molto superiore a quanti sono aggrappati alla produzione di ortaggi.

    L’agronomo, così potremmo chiamarlo ai giorni nostri, fa una distinzione fra le uve da vino e le uve da tavola, e nella sua classificazione divide le uve da vino in tre gruppi, a seconda del vino che si ottiene. Le più pregiate – Columella è un grande estimatore delle uve italiche – erano le Aminee, coltivate in Campania e in Sicilia, dalle quali si ottenevano i vini AmineoLucano Murgentino. Nello stesso gruppo aveva posto le uve provenienti dall’Etruria, chiamate Apianae, perché attiravano le api, e le uve Eugeniae, coltivate sui Monti Albani, entrambe molto dolci.

    Nel suo trattato, De re rustica, suggeriva per ogni vitigno il terreno più adatto, consigliava pure di impiantare varietà diverse sullo stesso terreno, e di tenerle separate per ottenere vini più pregiati.
    La vendemmia partiva ad agosto e arrivava fino a novembre con la piena maturazione delle uve. Le uve venivano cernite e pigiate nel «calcatorium» e quindi torchiate nel «torcularium»; infine il mosto veniva messo nei «dolia». Il «mostum lixivium» era il mosto che, prima ancora della pigiatura, usciva a seguito della compressione delle uve le une sulle altre: mescolato al miele, era impiegato per produrre il dolcissimo «mulsum».

    Columella a parte, nell’età di Augusto, si affermò nel campo letterario un mantovano figlio di proprietari terrieri. Aveva studiato retorica a Roma, dove aveva avuto come condiscepoli il futuro Cesare Ottaviano Augusto e Marco Antonio: stiamo parlando di Publio Virgilio Marone. Nella Roma di allora era molto popolare, possedeva una casa sull’Esquilino donatagli dall’imperatore, sebbene preferisse risiedere nello splendido e più tranquillo golfo di Napoli.

    Il grande vate della poesia latina nutrì una particolare sensibilità nei confronti della natura (ai giorni nostri sarebbe di sicuro un leader nel movimento Verde): sensibilità che pur essendo già presente nelle sue Bucoliche, si esprime in modo compiuto nelle Georgiche. Nei quattro libri delle Georgiche parla della coltivazione dei campi, di coltura degli alberi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicoltura. Ma quest’opera non è un vero e proprio manuale di agricoltura come invece è il De Re Rustica di Columella; Virgilio è un poeta non un agronomo.

    Nel suo lavoro Virgilio canta i doni di Cerere e di Libero (Bacco), di Fauni e Driadi e dei numi agresti che proteggono i campi. Così l’aratro, i graticci di corbezzolo, i segnali della grandine, i venti, i terreni, i giorni propizi per i lavori nei campi diventano poesia. L’opera delle Georgiche inizia con l’intento di cantare Bacco e, attraverso di lui, i pampini autunnali e i vini che spumeggiano nei tini durante la vendemmia. Ammettiamo che leggendo Virgilio abbiamo avuto l’impressione che i versi componessero un’opera sì di un grande poeta ma, ad esser sinceri, anche che l’autore non fosse stato un grande intenditore e nemmeno un buon bevitore.

    Il poeta invita il padre Leneo, uno dei tanti nomi di Bacco, a tingere con lui le gambe nude nel mosto nuovo. Con questa immagine introduce l’argomento, in tutto 160 versi, del libro delle Georgiche. Per quanto riguarda i vitigni, Virgilio accosta quelli italici ai celebri vitigni della Grecia. In poche parole spiega che i frutti della vite non sono gli stessi dappertutto, c’è uva e uva, c’è vino e vino, ma l’uva e i vini italici non sono secondi a nessuno: «Ci sono le uve di Taso, ci sono le uve di Marea, bianche, s’addicono queste a terreni grassi, quelle a terre più fini; e la psitia migliore per il passito e il Lageo leggero, che alla fine fa barcollare e impaccia la lingua, le uve purpuree e quelle precoci, e come ti potrò cantare o Retica? Però non sfidare le cantine del Falerno! Vi sono anche le viti Aminee, vini robustissimi, a cui cedono il passo quello di Timolo e persino il Faneo, re dei vini; e l’Argitide, quella più piccola, quella con cui nessun’altra può rivaleggiare o per quantità di succo o per durata di anni».

    Virgilio continua dicendo che le specie e i nomi dei vitigni e dei vini sono così numerosi che non si possono citare tutti, né si può indicare il loro numero. Chi volesse conoscerlo dovrebbe sapere «Quanti grani della pianura libica si agitano allo Zefiroo, quando l’Euro si abbatte più furioso sulle flotte e sapere quante sono le ondate dello Jonio che arrivano sulle sponde».

    Molto probabilmente con le Georgiche voleva rinnovare la letteratura del poeta greco Esiodo (le Opere) collegandosi alla tradizione latina della letteratura e poesia, composte di parti didascaliche (opere in prosa e in versi) con l’intenzione di celebrare Roma.

    Per questo tra i suoi progetti vi era un poema che si sarebbe intitolato Res Romanae, e c’era pure l’intenzione di celebrare le imprese di Augusto. Queste idee, ampiamente discusse con Mecenate (Arezzo 69 circa a.C. – Roma 8 d.C.) munifico protettore di molti artisti, condussero alla realizzazione dell’Eneide. Pure in una sua parte l’Eneide contiene alcuni momenti dedicati al vino, in quest’opera che è la celebrazione virgiliana dell’epopea di Roma: partito dai desolanti lidi di Troia, Enea brinda con il vino alla realizzazione delle profezie «Ora libate a Giove con coppe, invocate pregando il padre Anchise, e ancor ponete sulle mense il vino».

    L’Eneide è un’opera da leggere d’un fiato, soprattutto per gli amanti delle fiction; oltre che avvincervi, rinfrescherà i vostri ricordi scolastici. Virgilio dedicò dieci anni a quest’opera, ma la morte gli impedì di finirla: si spense a Brindisi nel 19 a.C.

    Scelto per voi

    Le Chicche rare

    Coltivati tra i 430/600 m d’altitudine, i vigneti del Canton Neuchâtel (sesto cantone vinicolo), beneficiano della presenza del lago. Questo, infatti, funziona da tampone termico contro il calore estivo e i rigori dell’inverno. Essendo appoggiato ai contrafforti delle Alpi Jurassiane, il vigneto che copre quasi 600 ettari è anche protetto dalle piogge e dalle correnti umide che arrivano da ovest. La Caves des Coteaux si trovano tra i villaggi di Boudry e Cortaillod, i vigneti crescono su terreni formati da vecchie rocce ricche di calcare e molasse sabbiose.

    La cantina produce una vasta gamma di vini, l’Oeil de Perdrix che oggi vi proponiamo è composto da solo «Pinot Nero» vinificato in rosato, dal piacevole colore che ricorda il rosa salmone, le sue note olfattive ricordano il melone, le pesche bianche e tra i fiori il geranio, morbido e fresco in bocca, è un vino elegante.

    L’ Oeil de Perdrix è un vino da bere giovane e potrebbe accompagnare tutto un pasto, ma noi lo raccomandiamo con piatti un po’ esotici, provatelo con il pollo al curry.

    / Davide Comoli

  • Profonda, fertile, povera, argillosa, vulcanica

    Bacco giramondo – Continua il viaggio alla scoperta dei vini della Campania – Seconda parte

    In Campania le aree adatte alla viticoltura si trovano un po’ ovunque, grazie ai terreni sciolti, profondi e fertili, ricchi di ferro, sabbia, argille e scorie vulcaniche. Anche l’ottima base ampelografica, la perfetta esposizione, gli inverni miti, le estati tiepide, le piogge concentrate nei periodi autunnali e il clima temperato, rendono naturale la diffusione della viticoltura in tutta la regione.

    Possiamo quindi affermare, senza timore di essere smentiti che, oltre alle splendide isole e le zone intorno al Vesuvio, anche il vino ha la sua parte nell’attirare in Campania migliaia di appassionati intenditori di questa bevanda.

    Oltrepassato il confine con il Lazio, nella fascia costiera compresa tra Formia, Mondragone e Sessa Aurunca, entriamo in provincia di Caserta, nella zona di produzione del Falerno del Massico; nome che ricorda il famoso vino prodotto nell’antichità, sebbene nessuno può dire quanto del vecchio ci sia in quello prodotto oggi. Noi possiamo al massimo affermare che comunque quello provato da noi a Caianello, prodotto in prevalenza con Aglianico e Primitivo e gustato con il classico «capretto con piselli all’uovo» non verrà certo dimenticato.

    Sta crescendo pure l’interesse per l’Alto Casertano nei dintorni di Caiazzo, dove viene coltivato il Pallagrello Bianco, che con le sue note aggrumate è l’ideale compagno per il polpo e le patate al forno.

    Riprendendo la strada verso Napoli, facciamo sosta a Caserta per visitare la famosa Reggia eretta dal Vanvitelli, dove nei pressi gustiamo un ottimo Asprinio vinificato con il metodo Martinotti, gustando, e dove se non qui, l’immancabile «Pizza». In provincia di Napoli, le aree più interessanti per la viticoltura sono quelle sulle colline litoranee, in particolare quelle dei Campi Flegrei, della penisola Sorrentina – dove i terreni sono ricchi e profondi, e i vigneti nell’area dei Monti Lattari sono a terrazze –, del Vesuvio, delle isole di Capri, Ischia e Procida.

    Nell’area di Napoli, le varie tipologie di terreni donano realtà vitivinicole differenti, Falanghina Piedirosso, dai quali si ottengono vini freschi e moderati, ma di modesta struttura: vengono coltivati nelle sabbie silicee dei Campi Flegrei.

    A Capri la vite (piccola produzione) viene allevata a pergola o spalliera, in loco si produce una Falanghina di media struttura, da bersi con un’estiva «insalata di vermicelli». Nell’isola di Ischia i terreni in genere sono lavici e tufacei, i vigneti si trovano in zone scoscese del vulcano spento Epomeo (788 m). Ischia fu probabilmente la prima colonia greca VII a.C. durante le loro peregrinazioni nel Mediterraneo, a cui diedero il nome di «Pithekoussai» (isola dei grandi vasi di terracotta) e gli Eubei che la colonizzarono portarono senza ombra di dubbio la viticoltura. I vitigni più coltivati sono per quelli a bacca bianca il Forastera e il Biancolella, per i rossi il Piedirosso: indimenticabile questo vino che annaffiò il nostro «coniglio all’ischitiana» in una lontana Pasqua.

    L’Irpinia, in provincia di Avellino, esprime tre eccellenze in campo enologico, il Fiano d’Avellino, il Greco di Tufo e il Taurasi.

    Situati sulla media collina i vigneti del Fiano sono formati da argille ricche di fosforo e potassio. La zona eletta per la sua produzione è quella del Lazio: lo consigliamo da bere un po’ maturo, magari con una «frittata di friarelli» con abbondante formaggio grattugiato, oppure alla famosa minestra maritata, dove alle carni di maiale e gallina, vengono aggiunte sette differenti erbe.

    Il Greco di Tufo è prodotto nel cuore dell’Irpinia, dove troviamo miniere di zolfo e cave di tufo, è un vitigno che matura in ottobre, dona dei vini sapidi con sentori di ginestra e fiori di sambuco, con un piacevole retrogusto di nocciola tostata, da provare con dei crostacei.

    La zona del Taurasi comprende diciassette comuni (tra cui Taurasi). Qui la vite viene coltivata a spalliera bassa, e il vino prodotto è considerato uno dei migliori vini prodotto nel mezzogiorno d’Italia, è frutto del vitigno Aglianico (almeno 85 per cento), il quale è un vitigno originario della Magna Grecia: il suo nome deriva dalla volgarizzazione del termine «ellenikon». Prima di essere commercializzato deve obbligatoriamente invecchiare tre anni di cui uno almeno in botte, 4 anni e almeno 18 mesi in botte per la «Riserva». Questo vino ha un colore rubino intenso tendente al granato, con note di ciliegie, fragole e in opposizione cuoio e spezie amare. È un vino molto complesso, da abbinare a piatti di carne a lunga cottura.</p

    Prima di scendere verso Salerno, risaliamo verso la provincia di Benevento, dove si producono quasi la metà dei vini della regione e si nota una notevole trasformazione a livello qualitativo, ne è testimone la D.O.C.G. Aglianico del Taburno. Qui ci troviamo alla confluenza del fiume Isclero nel più conosciuto Volturno, dove il monte Taburno (1394 mslm) domina la vallata circostante e la cittadina di Dugenta, dove vengono coltivati pressoché tutti i vitigni campani. Qui è nata la D.O.C. Sannio, dove abbiamo provato l’autoctono Sciascinoso, vino da bere giovane, con profumi intensi di prugna e mirtillo, abbinati a «salsicce di bufalo»; pasto per digerire il quale ci siamo fatti aiutare dal liquore «Strega» prodotto in queste zone.

    In provincia di Salerno incontriamo la D.O.C. più meridionale della Campania; è un’area vastissima e variegata, con terreni poveri a sfondo argilloso e privi di materia organica. La vite viene coltivata nel territorio sud-ovest nelle vicinanze del fiume Calore. Dal punto di vista qualitativo troviamo la D.O.C. «Costa d’Amalfi» con i 13 comuni della costiera, dove il Biancolella e la Falanghina da bere con «spaghetti con la colatura di alici di Cetara», caratterizzano il vino bianco, mentre il Piedirosso, l’Aglianico e il Sciascinoso, il rosso.

    Scendendo più a sud, troviamo nel grande Parco del Cilento la D.O.C. omonima e gli otto comuni che producono la D.O.C. San Lorenzo, dove abbiamo concluso il nostro viaggio bevendo un fresco rosato prodotto con uve Barbera/Sangiovese, con un saporito «vermicelli marechiaro»: frutti di mare, gamberi, pomodori freschi, aglio, pepe e prezzemolo.

    /Davide Comoli

  • Plinio, il primo enologo

    Bacco giramondo – Lo scrittore comasco dedicò ben venticinque capitoli della Naturalis Historia alla viticoltura e al vino, più qualche altra annotazione sparsa qua e là

    Nei nostri articoli citiamo (e citeremo) spesso il nome di Plinio il Vecchio. Certo è che questo famoso personaggio dell’antichità non ha bisogno di presentazione, ma pensiamo che in questa nostra rubrica dedicata al vino, bisogna conoscere meglio quest’uomo dai molteplici interessi. Per questo non ci pare giusto non spendere qualche parola per chi alla vite, al vino, alle tecniche di vinificazione e affinamento ha dedicato addirittura un intero libro della sua monumentale opera, la Naturalis historia.

    Gaius Plinius Secundus, meglio conosciuto come Plinio il Vecchio, per meglio distinguerlo dall’altrettanto celebre nipote Plinio il Giovane (61-113 d.C.), illustre letterato sotto l’impero di Traiano, nacque a Como nel 23 d.C.; al termine di una brillante carriera militare amministrativa, nel 79 fu nominato ammiraglio della flotta imperiale di stanza a Capo Miseno.

    Con la sua vasta cultura, spaziò in tutti i campi del sapere, lasciandoci la testimonianza nella più vasta e completa opera enciclopedica dell’antichità. Nei suoi 37 libri, l’opera affronta tutti i temi che a quell’epoca presentavano interessi scientifici. Partendo dal II libro con la cosmologia, prosegue con la geografia fisico-politica, le scienze naturali, la zoologia e la botanica, la medicina e la farmacopea per concludere nel 37esimo libro con le pietre preziose. Nel primo libro, con geniale intuizione, Plinio compilò per ciascuno dei 36 argomenti i vari indici, inserendo anche le relative fonti.

    Coerente sino alla morte a una vita interamente dedicata alla scienza, fu certamente la vittima più illustre dell’eruzione del Vesuvio che nel 75 d.C. distrusse e sommerse con la lava Ercolano, Stabia e Pompei. Plinio infatti accorse con le sue navi nel generoso tentativo di salvare i superstiti, ma anche con la curiosità di vedere da vicino quello straordinario fenomeno della natura.

    I 25 capitoli riguardanti in modo specifico la viticoltura e il vino, li troviamo nel XIV libro, ma l’argomento peraltro non è esaurito in quella sede. Nel libro VXII infatti tratta dell’arboricoltura, e descrive dettagliatamente i problemi relativi all’esposizione delle vigne, all’innesto, ai metodi di coltivazione e alle malattie delle piante.

    Mentre si rimanda al XVIII libro, l’elenco degli usi medicinali della vite e dei suoi derivati, naturalmente vino compreso.

    Lo spazio che Plinio dedica alla vite è molto: perché? Lo spiega lui stesso: «rispetto alla quale l’Italia ha una supremazia così incontestata, da dare impressione con questa risorsa di aver superato le ricchezze di ogni altro paese, persino di quelli che producono profumo. Del resto, non c’è al mondo delizia maggiore del profumo della vite in fiore» (N.H. XIV, 2).

    Nella sua opera, Plinio ha trattato pochi altri temi con altrettanta dovizia e cura. Nessun dubbio sull’importanza del vino da parte dell’autore, a cui si attribuisce addirittura lo sviluppo dell’umanità, che lui stesso evidenzia: «Noi uomini dobbiamo al vino la prerogativa di essere i soli esseri viventi che bevono senza avere sete» (N.H. XXIII, 23).

    Il libro dedicato alla viticoltura è da sempre sul nostro comodino, le sue pagine si leggono con molto interesse, in primis perché ci fanno conoscere il punto in cui all’inizio della nostra era si trovava la conoscenza nel campo enologico e poi perché contengono molte curiosità e una serie di vivaci annotazioni.

    Ad esempio, Plinio cita l’anno «magico» del vino, che continuava ed essere il 633esimo dalla fondazione dell’Urbe (per noi il 121 a.C., anno in cui era Console Lucio Opimio, i cui vini erano diventati i leggendari «opimiani»). Annata della quale ancora sul finire del I sec. d.C. si consumavano i vini «vecchi di quasi duecento anni e ormai trasformati in una sorta di miele amaro» (N.H. XIV, 55).

    Sui quali vini era lecito peraltro lasciarsi andare alle più bizzarre stranezze, come quella nel celebre banchetto di Trimalcione, descritto nel Satyricon di Petronio (50-60 d.C. circa), in cui vengono servite «anfore di cristallo accuratamente sigillate che portano etichette con la scritta Falerno Opimiano di cento anni».

    Nel XIV libro non può non stupire il lungo e dettagliato elenco delle varietà di viti già allora conosciute e presenti nella Penisola. Tra le più diffuse Plinio cita: la vite Aminea, le Nomentane, le Apiane, le Murgentine. Queste le principali e poi vengono elencate l’Albano, il Barino, il Cecubo, il Formiano, il Mamertino, ma sono moltissimi i vini che l’autore elenca nel suo XIV libro e magari in futuro li descriveremo. Addirittura, Plinio arriva a stilare una classifica che oseremmo dire potrebbe imbarazzare qualche esperto dei nostri giorni.

    Al primo posto pone il Cecubo, prodotto nei pressi di Terracina, poi viene il Falerno, prodotto da viti allevate sulla fascia tra Lazio e Volturno; seguono i vini dei Colli Albani a pari merito con quelli della costa sorrentina. Alla fine del lungo elenco con grande saggezza Plinio scrive: «Non c’è dubbio che ad alcuni piacciono più certi tipi di vino, ad altri, altri vini e che di due vini provenienti dallo stesso tino, uno migliore, superi in qualità l’altro, per quanto affine, grazie al recipiente che lo contiene, ovvero a circostanze casuali. Motivo per cui ognuno proclamerà sé stesso giudice del vino migliore». Al termine della sua approfondita dissertazione, Plinio, individuando per primo (2000 anni or sono!) l’importante ruolo del terreno, scrive: «(sul vino) influiscono la regione e il tipo di terreno, non l’uva, è quindi inutile voler enunciare tutte le specie perché una vite dà risultati diversi secondo i luoghi».

    Sempre dal XIV libro, apprendiamo curiosità interessanti, scopriamo infatti che fu Giulio Cesare il primo, all’epoca del suo terzo consolato, a servire audacemente durante un banchetto 4 tipologie diverse di vino: il Falerno e il Mamertino, di provenienza italica, e il Lesbio e il Chio, vini greci (N.H. XI, 97). Sotto l’impero di Tiberio (42 a.C.-37 d.C.), nacque invece la moda di bere a digiuno «e di far precedere di preferenza il vino alle vivande, procedura anche questa straniera e caldeggiata dai medici che si distinguono sempre per qualche novità» (N.H. XIV, 143).

    Per meglio mettersi in mostra a Tiberio (successore di Augusto), un certo Novello Attico da Milano, proconsole della Gallia Narbonense, divenne famoso per aver ingollato quasi d’un fiato, al cospetto dell’imperatore, tre corgi (= 10 l) di vino; al bevitore valse l’inequivocabile soprannome di «Tricorgius».

    Questa, onestamente, non la conoscevamo, ma grazie al capitolo 18 del XIV libro, veniamo ad apprendere che poco prima della battaglia di Azio (dove ne uscì sconfitto), Marco Antonio (sì, proprio quello di Cleopatra), rese pubblico un trattato scritto da lui sulla propria ubriachezza.

    Concludiamo, per gli interessati, dicendo che nel libro XXIII si parla delle virtù medicinali della vite e del vino in ben 23 capitoli degli 83 complessivi.

    Scelto per voi

    Le Chicche rare

    Pioniere del marchio «Vinatura», per contraddistinguere i vigneti che seguono i criteri della produzione integrata, Stefano Haldemann nel suo vecchio rustico a Gudo, che funge da cantina, imbottiglia vinificando in maniera separata vitigni rari quasi dimenticati. E lo fa raccogliendo su diverse parcelle, molte delle quali situate in zone alle volte ripide e impervie. Riservato e caparbio, Stefano continua a considerare il vino come un alimento accessibile a tutti, da qui la sua politica nel contenere i prezzi.

    Indimenticabile per noi un pomeriggio sotto il pergolato del suo rustico, trascorso a degustare la sua Bondola che profumava di ciliegie/amarene.

    La sua passione per i vitigni d’altri tempi lo ha portato a realizzare «Le Chicche rare»: più di venti vitigni dell’area Lombarda/Piemontese e qualche altro legato all’immigrazione in Francia, compongono questo vino tributo a «Pro Specie Rara».

    «Le Chicche rare» non è un vino da abbinare a piatti raffinati e ricercati, ma è un vino da bere assolutamente fresco 13°/14°, sulla terrazza nelle serate o nei pomeriggi d’estate, abbinato a piatti semplici della nostra cultura contadina. Il suo profumo farà tornare bambini molti di noi e ricordare le cantine dei nostri nonni.

    / Davide Comoli

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