Vino nella storia – Il viaggio lungo i secoli che hanno messo in relazione le proprietà reali o fantasiose del vino in campo medico giunge ai giorni nostri – 5a parte

Alla fine del 1600 non c’era nessuna regolamentazione che prevedesse il modo di preparare i vini medicinali, produzione che in moltissimi casi era lasciata alla mercé di «ciarlatani» o «apprendisti stregoni». A questo proposito si narra che il celebre fisiologo francese Claude Bernard, mentre lavorava come apprendista in una farmacia di Lione, e ansioso com’era di conoscere il segreto che stava dietro al «Theriaque» – vino medicamentoso molto richiesto – rimase non poco meravigliato quando venne a scoprire che il medicamento veniva prodotto mischiando tutti i medicinali che periodicamente si accumulavano nel retrobottega.

In questo clima poco propizio al rapporto tra vino e salute, vi erano però anche studiosi onesti che scrivevano lodando le virtù terapeutiche del vino senza troppi intrugli strani. Nel 1725, ad esempio, il medico e farmacologo modenese Giovanni Battista Davini, scrisse il De potu vini calidi, lodando il vino caldo per «sciogliere la bile», agevolare la circolazione dei succhi digestivi e rendere più attivi i «fermenti stomacali». Tutti conosciamo da molto tempo come una pozione di vino caldo sia un toccasana per molti malanni.

Anche il medico svizzero Albrecht von Haller, nel 1750, consigliava ai suoi pazienti l’uso del vino come farmaco contro le malattie che causano l’inabilità. La svolta su queste preparazioni si ebbe nella seconda metà del XIX secolo, quando il farmacista inglese William Heberden espresse giudizi molto severi nei confronti di «questo genere di miscugli, provenienti da diversi Paesi, che si nascondono l’uno dietro l’altro…». Grazie a queste denunce condivise da parecchi medici, la situazione cominciò lentamente a cambiare, segnando una tappa molto importante nell’evoluzione storica del rapporto tra vino e salute.

È da questo momento, infatti, che la medicina incomincerà a studiare le qualità terapeutiche dei singoli elementi che compongono i vini medicinali. L’attenzione della medicina dell’epoca, si sta progressivamente focalizzando sull’ingrediente del vino più facilmente individuabile che è l’alcol, grazie agli studi sulla fermentazione fatti da Antoine-Laurent de Lavoisier (1743-1794), fondatore della moderna chimica.

È a questo punto che dobbiamo attraversare l’Atlantico per avere come riferimento la storia degli Stati Uniti all’inizio del XIX sec.

Nel lontano 1833 fu stampato il Manuale della farmacopea americana, nel quale il dottor Robert T. Edes scrisse: «l’azione del vino sull’organismo è essenzialmente quella svolta dell’alcol». Oggi questa constatazione ci pare ovvia, ma se pensiamo bene è molto probabilmente la prima volta in più di quattromila anni di storia che un medico fa una così esplicita equivalenza tra vino e alcol. Infatti, se si eccettuano alcune discussioni a carattere filosofico sull’ebbrezza risalenti alla Grecia antica, il tenore alcolico del vino era stato raramente oggetto di discussioni mediche.

Pur mettendo in guardia contro i pericoli dell’alcol, nello stesso periodo si riconoscevano al vino preso in dosi modeste, proprietà terapeutiche, specie per un’azione benefica sul sistema cardiovascolare e sul sistema digerente. All’inizio del XX secolo sarà proprio l’alcol il protagonista negli Stati Uniti di una campagna proibizionistica che non ha uguali nella storia umana.

Più precisamente, tra il 1920-1933, forse l’insieme di elementi radicati nella cultura puritana americana, ma anche l’esito di ricerche scientifiche svolte dal 1860 in poi in diversi Paesi sui pericoli dell’alcol, danno inizio al Proibizionismo.

Già il focolaio era stato acceso in Germania e poi esportato in tutta Europa dal dottor Oswald Schmiedeberg (1838-1921). Le sue teorie stimolarono una forte campagna antialcolica che proponeva l’eliminazione totale da tutte le terapie dell’epoca.

Prima ancora di Schmiedeberg, il dottor Nestor Gréhant nel 1899 a Parigi, aveva messo in relazione il contenuto di alcol presente nel sangue con gli effetti tossici delle bevande alcoliche. In seguito a questi ed altri studi e ricerche sull’argomento, alcuni medici cominciarono ad avere forti dubbi sull’uso dell’alcol in medicina, ma soprattutto sugli effetti che quest’ultimo poteva avere se assunto in dosi elevate.

I risultati di queste ricerche non si fecero attendere: nel 1916 la Commissione statunitense di farmacopea, toglie dal suo ricettario oltre che i superalcolici tutti i vini medicinali e nel 1919 viene approvato il XVIII emendamento della Costituzione che vieta la vendita, la fabbricazione e il consumo di alcol in tutto il Paese.

Mentre i promotori dell’iniziativa esultano, i risultati della legge in poco tempo risultano catastrofici; i nostri lettori avranno di sicuro seguito qualche film o servizio televisivo nei quali viene documentato il fallimento di questa esperienza che si chiuse ufficialmente il 5 novembre 1933, quando il presidente Roosevelt, firmò il XXI emendamento della Costituzione.

L’immagine terapeutica del vino esce piuttosto ridimensionata da 13 anni di proibizionismo: appare evidente che le qualità medicinali associate a questa bevanda non sono mai state realmente oggetto di serie ricerche scientifiche.

Ci siamo ormai definitivamente allontanati dal vino come medicamento, sorridiamo al pensiero dei «vini medicinali» dei secoli passati. Oggi alcuni ricercatori tendono ad attribuire ai polifenoli (gruppo di composti chimici che includono tannini) un’azione benefica. Tra questi composti chimici si ricorda soprattutto il resveratrolo. Ma l’addentrarsi in un concetto di vino considerato soprattutto come riduttore di «rischio» di alcune gravi patologie è un campo minato, nel quale noi (assolutamente incompetenti in campo medico) non possiamo avventurarci.

Vale dunque il vecchio adagio: «Ofelee fa’l tò mestee!» ma lasciateci affermare che nonostante mille anni di storia colmi di pregi e di mancanze, il vino conserva sempre un alone di mistero, che forse nessuna ricerca medica potrà cancellare, e dunque, alzando il nostro calice colmo di un rosso color sangue, brindiamo a voi cari lettori che avete avuto la pazienza di seguirci: «à la santé».

Greco di Tufo

Il Greco, parliamo del vitigno, può considerarsi fra i più antichi che si conoscono: secondo gli esperti di «ampelografia» si ritiene sia lo stesso che Plinio identificava «nell’Aminea gemina», portato dai coloni greci al loro sbarco in Campania.

La sua terra d’elezione è Tufo in provincia di Avellino. L’azienda Mastroberardino di Atripalda (AV), rappresenta la più autentica tradizione campana; lo stile dei suoi vini eleganti, capaci di sfidare il tempo, sono una positiva immagine della viticoltura del Bel Paese nel mondo.

Il Greco di Tufo che vi proponiamo si presenta di un bel colore giallo dorato, piacevolissimo al naso, dove si percepiscono toni di erbe, bacche mediterranee e officinali, poi ancora frutta, agrumi, polpa di pesche e mango, lunghe sensazioni che culminano con una nota sulfurea. Anche in bocca, dopo alcuni istanti, ripropone lo stesso quadro di profumi. È un Greco fresco d’acidità, che unisce corpo e armonia di lunga durata nel palato. Armonizza in modo perfetto piatti di mare consumati crudi come carpaccio, tartare, ma vista la stagione si sposa bene anche con le vostre grigliate di pesce.

 

 

/ Davide Comoli

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