Il vino nella storia – Dall’oidio al black rot, passando per la Phylloxera vastatrix

Molti studiosi di ampelografia considerano il periodo anteriore al 1850 come un’epoca d’oro per la coltura della vite. Fu l’arrivo dei parassiti provenienti dalle Americhe a provocare un grosso problema e sconvolgere così il modo di curare e coltivare la vite in Europa: nel 1845 l’oidio, nel 1863 la fillossera, nel 1878 la peronospora e nel 1883 il black rot.

Tutto cominciò con lo scambio di materiale vegetale, all’inizio in una sola direzione, quando nel 1519 l’America chiese alla Spagna l’invio sistematico di barbatelle di Vitis vinifera. Il Nuovo Mondo aveva fatto conoscere all’Europa tanti utilissimi vegetali, ma di fronte alle immense distese di terre ancora vergini, il primo pensiero andò alla vite.

Molto importante fu la presenza degli ordini religiosi cattolici spagnoli, per i quali il vino, non solo rappresentava uno strumento liturgico, ma anche una consuetudine alimentare.

Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio di quello successivo, i botanici europei iniziarono l’importazione di viti americane, soprattutto per impiantarle nei giardini botanici, ove gli ampelografi sarebbero stati in grado di studiarli. I Jardin du Luxembourg a Parigi, nel 1817, potevano vantare ben 23 tipologie di viti americane, mentre alcuni ibridi, come il Clinton e l’Isabella, stavano entrando in produzione nel nostro continente.

Proprio nei giardini botanici e nelle serre dove si coltivava la vite, apparvero sulle uve da tavola le prime avvisaglie di un malessere che non poteva sfuggire agli occhi degli esperti giardinieri che avevano cura di esse.

Nelle serre di Margate in Inghilterra, nel 1845 il signor Tucker, giardiniere di un ricco nobile, osservò sulle viti delle strane macchie che lo insospettirono al punto di richiedere l’aiuto di un naturalista. Questo, dopo un attento esame, scoprì che si trattava di un fungo, l’oidio, al quale, trattandosi di una specie nuova, gli diede il nome di Oidium tuckeri per ricordare l’acuto spirito d’osservazione del giardiniere che aveva consentito un veloce isolamento della malattia.

Fu ancora un altro giardiniere inglese, certo Kyle, che dopo varie esperienze, scoprì nello zolfo un ottimo rimedio contro l’oidio.

Ma un’altra terribile infezione micotica stava arrivando: la Peronospora, così chiamata per la forma lanceolata delle sue spore. La famiglia delle Peronosporacee conta ben 75 specie, ma la più terribile si rivelò subito quella che attaccava la vite e che fu chiamata Plasmopara viticola. Il suo micelio si sviluppa nelle parti verdi della vite e produce delle protuberanze dette austori con cui si nutre a spese della pianta. I sali di rame non risolsero in modo completo il problema, che tuttavia sembrò perdere importanza di fronte a un nuovo e ben più grave flagello, la Fillossera.

Nel 1863, ancora in Inghilterra, ad Hammersmith nei pressi di Londra, il professor Westwood, celebre entomologo, notò alcune galle su foglie di vite, ma dopo un più accurato controllo alle parti ipogee, scoprì che lo stesso parassita era presente anche sulle radici.

Nel frattempo, quasi contemporaneamente alla prima segnalazione di Westwood, in una vigna nei pressi di Arles, venne segnalato da un veterinario, tale dottor Delorme, lo stato di sofferenza dei ceppi di vite. Di questo fatto fu informato il Comitato Agricolo di Aix en Provence. Fu l’inizio di studi accurati ai quali parteciparono i botanici e gli entomologi più famosi dell’epoca, perché la malattia stava invadendo velocemente tutti i vigneti della Francia.

Gli studiosi cominciarono subito a prospettare l’origine americana dell’afide, anche se ancora c’erano degli scettici, fra i quali gli stessi naturalisti che avevano descritto l’insetto dandogli il nome di Rizaphis vastatrix.

Il nome di Rizaphis, su proposta dell’entomologo Signoret, fu mutato in Philloxera, termine di uso comune: intanto si era accertato che lo stesso insetto parassitava le radici delle viti europee e le foglie delle viti americane; acuta osservazione dalla quale fu poi possibile trarre il rimedio del portainnesto di viti americane, dotate di radici resistenti al flagello.

Intanto la Fillossera, si era estesa ai vigneti di Bordeaux e in Portogallo, da dove venivano segnalati forti distruzioni al patrimonio viticolo. In breve furono coinvolti i vigneti della Grecia, Ungheria e Austria; alla Spagna che si credeva immune, nel 1877 creò danni assai estesi. In Italia vi era ovviamente una tensione molto forte e tutte le Stazioni Entomologiche furono allertate. Il presidente del Comizio Agrario di Como segnalò per primo dei problemi sul territorio italiano, precisamente nel comune di Valmadrera. Si stava avvicinando la vendemmia e le viti deperivano velocemente.

Furono inviati campioni di materiale vegetale alla Stazione Entomologica di Firenze, che confermò la diagnosi: anche per l’Italia era suonata l’ora della tragedia. Valmadrera è a due passi dai nostri confini; ci volle poco: nel 1893 la fillossera arriva in Ticino. Per fronteggiare il parassita e la drammatica situazione che si era venuta a creare, lo Stato crea il servizio antifillosserico e la Cattedra ambulante di agricoltura.

Nel 1902 vengono adottate le seguenti disposizioni: 1. sostituzione delle viti americane con le nostrane; 2. scelta dei migliori vitigni nostrani; 3. sperimentazione di vitigni resistenti alla fillossera; 4. promovimento delle Cantine Sociali; 5. sperimentazioni diverse. Nel 1905 unitamente ad altre varietà s’iniziò la sperimentazione del vitigno Merlot.

Chambolle-Musigny
Alle due estremità, Bonnes Mares a nord, Musigny a sud, troviamo quello che la Borgogna può produrre di meglio: vini tutti che sembrano merletti di seta e che vengono riconosciuti per il solo nome dei loro climat. Dal 1878 il piccolo villaggio di Chambolle ha ricevuto l’autorizzazione d’aggiungere al suo nome quello del suo più prestigioso climat, Musigny, un vigneto di 10 ha, divisorio dal mitico Clos de Vougeot e separato da tre parcelle. I pendii vitati sono esposti a sud-est, un’ottima posizione per le vigne che al levar del sole, vedono l’umidità notturna assorbita dai primi raggi del sole. Il vigneto è costituito da decine di parcelle che producono vini diversi, dato il terreno marno-calcareo composto da scisti argillosi ricchi di ferro e ghiaia. Le zone della Côte de Nuits (Borgogna) sono l’eccellenza del Pinot Nero. Il nostro Chambolle-Musigny, con i suoi delicati profumi di lampone e cassis, è l’ideale compagno gastronomico per carni rosse, petto d’anatra, ed eccezionale con l’Epoisses, tipico formaggio della Borgogna, ma soprattutto è il regalo ideale per la prossima festa del papà.

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