Il vino nella storia – Continua la serie di articoli dedicati alle rotte del vino – 5a parte

Nel 264 a.C., Roma governava – o erano a essa assoggettati – tutti i territori della penisola italica. Come si desume da molte cronache di quel tempo, il commercio si svolgeva principalmente via mare o lungo le vie carovaniere. È logico quindi pensare che lo sviluppo di questi traffici abbia determinato un miglioramento per renderli più sicuri, veloci e meno costosi.

Le più affidabili cronache ci riferiscono quali erano i più importanti punti di riparo e attracco del Mediterraneo, del Mar Nero, del Golfo Persico e del Mar Rosso, ovvero: Emporium, Tarentum, Neapolis, Siracusa, Panormus e Marsiglia.

In periodo romano, si ebbe la produzione di una serie di carte stradali chiamate: itineraria. Ma il noto itinerario di Isidoro di Carace, disegnato per l’Impero Partico, mostra come molto tempo prima degli itineraria romani, il traffico carovaniero era già stato studiato dai funzionari persiani e continuato dai cartografi di Alessandro Magno.

Scorrendo le cronache degli ultimi scorci dei secoli a.C. – mentre s’attendeva che Roma diventasse una «potenza imperiale», dominatrice incontrastata del Mediterraneo – si nota che avvenne un certo impoverimento dei traffici mercantili.

Fu forse l’espansione di Roma, prima all’interno della penisola italica e poi sempre più a nord e a ovest, che allontanò per un certo periodo l’interesse per i vini della Grecia, di Cipro e altre civiltà viticole dell’Egeo. La Sicilia stessa e la Magna Grecia, svincolatesi troppo in fretta dalla cultura e dagli esperti viticoltori greci, dai quali avevano appreso il mestiere, a quell’epoca non riuscivano più a trafficare oltre ai ristretti confini delle loro vigne. Le rotte tradizionali frequentate da pirati e mercenari al servizio di commercianti senza scrupoli di varie etnie, invasero poi i mercati con vini poco rispettosi della qualità.

La storia ci racconta che nei primi tempi della Repubblica, la penisola italica fu terra di piccoli agricoltori, intenta a produrre mezzi di sussistenza per la propria famiglia, e forse un piccolo surplus da vendere. Lo stesso Catone (234-149 a.C.), che legò la sua fama alle misure prese quale censore (184) contro la ellenizzazione dei costumi di Roma, ci descrisse una sua azienda agricola, evoluta per quel tempo, che disponeva di un vigneto di 100 iugeri (1 iugero = 0.252 ha) e di un oliveto di 240.

Catone permise una promiscuità colturale: si seminavano infatti grano, cereali e altre colture vegetali fra i filari delle vigne. Era inoltre molto diffusa la coltivazione della vite sostenuta dagli alberi. Anche questi elementi forse determinarono l’impoverimento della vitivinicoltura nei territori dominati da Roma in quel periodo storico. Fu verso la fine del periodo della Repubblica che il mondo agricolo, grazie a illuminati uomini politici, con coltivazioni e produzioni specializzate, portò una ventata intelligente allo sviluppo dell’intero comparto.

Anche il vino, protagonista in passato di affari d’oro per molti Paesi produttori del Mediterraneo, divenne per Roma un’importante mezzo di sviluppo commerciale. Strade efficienti e funzionali trasporti su ruota, collegavano i vari luoghi di produzione, molte strade come quelle in alcune zone vinicole della Spagna furono costruite esclusivamente per soddisfare esigenze mercantili, per agevolare i carri che trasportavano le anfore piene del celebre rosso della Betica. Nel contempo una maggior sicurezza nei viaggi marittimi attraverso il Mediterraneo e in quelli fluviali, stimolava il commercio.

In poco meno di venti giorni, vento e condizioni meteorologiche permettendo, da Roma si arrivava ad Alessandria d’Egitto, dalle coste iberiche a Ostia ci s’impegnava dai nove ai dieci giorni e dalle coste egiziane a Creta non più di tre.

L’imperatore Augusto (63 a.C.-14 d.C.) garantì a Roma alcune posizioni strategiche per i traffici mercantili, stabilendo ad esempio un vero e proprio protettorato romano sul Mar Rosso, via obbligata per il commercio con il sud-est, cercando con determinazione, grazie alla sua potenza, d’indebolire eventuali controlli esercitati da altri popoli.

Cominciarono a essere preferiti e agevolati tutti i prodotti agricoli, a iniziare dal vino, destinati soprattutto al mercato esterno. Anche le fabbriche di anfore e botti assunsero dimensioni di rilievo; gli storici raccontano di alcune in cui operavano più di cento operai specializzati. Qui venivano travasati vini sempre più complessi, strutturati e di varie tipologie, ma anche vini più modesti. Famosa per le sue anfore era l’antica Pithecusa (sull’attuale isola di Ischia), che fu la prima colonia greca nel golfo di Napoli.

Ancora non sappiamo con certezza matematica quanti vini si producessero nella grande vigna dell’Impero. Attenendoci a ciò che scrive Plinio nella sua Storia Naturale, troviamo una grossa discordanza tra i numeri che egli ci fornisce (80-185). Si potrebbe ipotizzare che il primo numero sia riferito ai più famosi o a quelli riconosciuti tali, il secondo ai vini in generale di cui all’epoca si aveva notizia.

Tra i vini prodotti in Italia elenchiamo i più famosi: il Falerno, il Calenio, lo Statanio, il Cecubo, il Retico e il Mamertino. Ma tutti i vini italici dovevano competere sul mercato con i celebri vini di Chio, di Taso e di Lesbo, per non parlare dei vini spagnoli, tra i quali i Tarraconensi.

Bric Loira (Cascina Chicco)

Quando le prime brume e l’aria si fa un po’ più fredda, aumenta la voglia di cibi più sostanziosi, è normale quindi applicare delle prime regole per un buon abbinamento: «a piatti rilevanti, vini strutturati».

Il Bric Loira, uve Barbera cento per cento vendemmiate sulle colline di Castellinaldo (CN) e vinificate dalla Cascina Chicco, è il vino giusto per le nostre serate dove la selvaggina la fa da padrona sulle nostre tavole. Colore di un profondo rubino con riflessi violacei, al naso intensi percepiamo la marasca, la prugna e il ribes, ma anche profumi floreali di viola e alcune spezie delicate, tra cui la vaniglia.

Al palato il Bric Loira ci stupisce per la sua morbidezza, il suo colore e i suoi tannini setosi, lasciandoci un finale molto lungo e armonico, piacevolmente accompagnato da un retrogusto di liquirizia. Come già detto, accompagnatelo ai medaglioni di cervo o a un bollito misto, ma sappiate che è stupendo se bevuto con amici durante una «merenda» di pane e salame.

/ Davide Comoli  

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