Bacco giramondo – Nel quattordicesimo secolo la superficie vitata superò i 480mila ettari trasformando questa regione francese nel più grande vigneto del mondo

Le due antiche province del Roussillon e della Languedoc sono spesso associate in una sola espressione, pensando che siano una cosa sola. Eppure la differenza c’è, ad esempio i legami storici del Roussillon con la vicina Spagna continuano a influenzare la sua produzione vitivinicola. Il suo clima è senza dubbio il più caldo della Francia e i suoi vini sono alle volte i più generosi e corpulenti.

Il vigneto del Roussillon si trova tra i bordi del mare a est, i Pirenei a sud e le montagne delle Corbières a nord. A guardarla dall’alto, questa regione sembra un immenso anfiteatro che circonda la fertile pianura intorno alla città di Perpignano. Vallate fluviali scivolano in questo paesaggio, segnate dal tortuoso passaggio dell’Agly e dei suoi affluenti. Celebre da molto tempo, la produzione dei Vins Doux Naturel.Le vigne della Languedoc conobbero invece il loro primo apogeo sotto la conquista romana, allorché migliaia di anfore colme di vino della provincia della «Gallia Narborensis», dall’eccellente reputazione, venivano inviate a Roma.

Alla caduta dell’Impero, anche la viticoltura subì un declino che durò sino al XVII secolo, quando furono migliorate grazie al ministro di Luigi XIV, J. B. Colbert (1619-1683), le strutture industriali e soprattutto la costruzione del porto di Sète e il Canal du Midi, senza dimenticare le nuove vie di comunicazione. Fu in quell’epoca che si assistette a una forte domanda di acquavite, soprattutto da parte dell’esercito e della marina, compresa quella inglese. Nacque così un distillato chiamato 666, dall’alta gradazione alcolica.

In questo modo gran parte del raccolto veniva distillato, i vitigni usati erano l’Aramon e il Carignan, dal forte rendimento, ma anche Mourvèdre e Grenache, per una migliore qualità. Il mercato del vino conobbe una determinante evoluzione nel XIV secolo, con la grande industrializzazione delle grandi città del nord della Francia, che portò un nuovo genere di popolazione, e di conseguenza nuove abitudini alimentari, dove il vino era parte integrante nella dura vita quotidiana. Grazie alle strade ferrate, il trasporto del vino fu assicurato per queste regioni. Il commercio vinicolo era così lucrativo che la viticoltura soppiantò tutte le altre attività. E infatti la superficie vitata superò i 480mila ettari, cifra enorme per l’epoca (ma anche per i giorni nostri), che portò la Languedoc-Roussillon a essere il più grande vigneto del mondo.Confrontati con l’invasione filosserica e la crisi economica, tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale, i viticoltori locali puntarono su una produzione di massa, che ebbe conseguenze nefaste sulla qualità dei vini, la quale fece loro modificare negli anni Settanta la concezione di viticoltura.

Fu però solo nel 1980, dopo una crisi nel settore vinicolo, che fu creato da parte di alcuni viticoltori il marchio: «Vin de Pays d’Oc», un vino a carattere regionale e di qualità, dove la legge lascia molta libertà nella scelta dei vitigni, ma è duro far capire ai molti viticoltori, ancorati al concetto di produzione di massa, quale sia la via da seguire.Ai vini rossi ottenuti dai vitigni tradizionali oggi si stanno gradualmente sostituendo vini più eleganti, ottenuti da vitigni internazionali.Il vigneto della Languedoc-Roussillon è dominato dai vitigni a bacca nera e i vini rossi rappresentano l’80% della produzione. Il vitigno principe è il Carignan, seguito dalla Grenache, Cinsaut, Mourvèdre e Syraz, recenti impianti di Merlot e Cabernet Sauvignon, permettono di ottenere dei vini più morbidi. Tra i bianchi troviamo dei vini prodotti con Roussane, Marsanne, Rolle, Viognier e Chardonnay, quest’ultimo elevato in barrique per attenuare i decisi sentori minerali dati dalla composizione calcareo-scistosa del terreno.Il Languedoc-Roussillon è però famoso per i suoi «Vins doux Naturels», una dicitura che può portare un po’ di confusione: in effetti se lo zucchero è l’elemento naturale di questi vini, il metodo di elaborazione necessita l’intervento dell’uomo, con l’aggiunta di alcol, (da 5 a 10%) per garantirne la dolcezza. Questa aggiunta arresta la fermentazione, dissolve alcuni componenti (colloidi e mucillagini) e mantiene un tasso di zucchero più o meno elevato e molti aromi. La tradizione vuole che questo metodo sia stato inventato da Arnaldo de Villanova, medico e alchimista catalano (1240-1311).Più della metà di questi vini arrivano da Rivesaltes: già di moda negli anni Trenta, sono stati i primi ad accedere alla A.O.C. nel 1936. Ci sono tre tipi di Rivesaltes, bianco o doré, rosso e rosato. I rossi sono a base di Grenache, Macabeo e Malvasia. Il Rivesaltes rosso, dopo la vinificazione viene messo sia in grandi botti di rovere sia in damigiane non impagliate (bonbonnes) da 30 l. Lasciato per circa 30 mesi all’aperto, il vino subisce tutte le variazioni della temperatura estiva e invernale, acquisendo un sentore ossidato chiamato: «rancio».

A Rivesaltes si produce anche un Moscato con i vitigni Moscato d’Alessandria e il Muscat à petit grains, dai profumi di limone e miele, invecchiando i profumi si trasformano in un gusto di arance amare. Il Moscato di Frontignan proviene dall’omonima città presso Sète, il vino deve avere almeno 15% vol., dei quali dal 5 al 10% acquisiti con il «mutage». Ricordiamo ancora i Moscati di Lunel, di Mireval e quello di Saint-Jean-de-Minervois, prodotto con uve sovramature.Curioso è il sapere che nelle vigne è proibito piantare alberi da frutto, pena la perdita dell’A.O.C., e infatti l’ombra degli alberi impedirebbe la piena maturazione delle uve.Non possiamo chiudere senza citare i vini di Banyuls, prodotti vicino al confine spagnolo con i vitigni Grenache e Macabeo. In questi vini il fenomeno della ossido-riduzione gioca un ruolo fondamentale, molto colorati, ricchi di tannini, con un fuoco d’artificio di profumi che spaziano dalla frutta secca, al caffè, al miele, questo vino si sposa meravigliosamente con tutte le combinazioni del cioccolato, ma ve lo consigliamo con un’anatra laccata alla cantonese.

Cantina Terlan – Müller Thurgau
Il Müller Thurgau, è stato ottenuto da un incrocio tra Riesling Renano e Madeleine Royal, dal Professor Hermann Müller di Thurgau. Nel 1939 fu introdotto in Italia dove si diffuse rapidamente, grazie alla sua precocità di maturazione e all’elevata e costante produttività accompagnata da una leggera aromaticità.
Il Müller Thurgau, della Cantina Terlan (BZ), matura su lieviti in recipienti d’acciaio. La terra sulla quale viene coltivato questo vitigno è composta soprattutto da quarzi e sasso antico, che trattengono il calore del giorno.
Il vino che abbiamo degustato offre ottimi spunti di piacevolezza.
Di colore giallo tenue con riflessi verdognoli, al naso fa emergere il frutto giallo, albicocca in particolare, ma anche erbe di montagna e leggeri ricordi sia vegetali sia minerali. Al palato è fresco ed elegante, piacevolissimo con una lunga fase retro gustativa. È ottimo come aperitivo, ma vista la stagione, lo consigliamo vivamente con tortini o frittate di verdura, tempura di verdure e con formaggi di latte vaccino giovane.
/ Davide Comoli

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