Vino nella storia – Continua il viaggio che segue le antiche rotte del vino – Seconda parte

Nella cultura cananea, il vino (con il grano) è il simbolo della deificazione dei prodotti della terra, elevati al rango di offerte alle varie divinità.

A leggere la Bibbia o i testi di Ugarit, la terra di Canaan era una specie di Eden (almeno allora): una terra fertile, bagnata da ruscelli e torrenti, protetta da un clima favorevole allo sviluppo dell’agricoltura mediterranea, nella quale per interessi commerciali o solo come semplice scambio, la vitivinicoltura era l’attività predominante.

A ovest del Mar Morto, nelle zone di Hebron e Gabaon, si trovano vigne che ospitavano vitigni in grado di resistere e persino di trarre beneficio dal tipo di clima. Il vino prodotto, anche se non di eccelsa qualità, era tuttavia indispensabile sia per un consumo diretto, sia per garantire un apporto calorico, euforico, e rendere la vita meno grama.

A testimoniare il commercio di vino in Medioriente sono i testi ritrovati nel Palazzo reale di Mari, antica città sul fiume Eufrate (oggi Tell Hariri), al confine tra Siria e Mesopotamia; questi testi riportano i traffici e i depositi del vino che veniva stipato e racchiuso in migliaia di giare. In quelle pagine sono descritti anche altri luoghi dove il vino veniva venduto a grossisti, a mercanti e a trafficanti poco onesti.

Famosa era la città assira di Sippar e soprattutto Ugarit sulla costa del Mediterraneo, città ricca di storia che, oltre a ospitare il più grande e importante emporio di vini, era il luogo da dove partivano i traffici marittimi verso l’Egitto.

I contenitori per il vino erano generalmente in terracotta, ma anche in legno o pietra lavorata grossolanamente. I vini nei magazzini, per essere trasportati via terra o via mare, venivano travasati in contenitori chiamati «anfore vinarie». In Medioriente si affermò l’anfora «cananita» caratterizzata da due manici ansati contrapposti che ne agevolavano il movimento. Sembra che fossero state ideate dai vignaioli o dai cantinieri di Canaan, ma molto più realisticamente, furono invenzione dei mercanti di vino fenici che le utilizzavano lungo le rotte del Mediterraneo.

D’altronde, nessuno oggi può disconoscere il ruolo avuto dai navigatori fenici e dai loro discendenti, come propagatori delle tecniche di costruzione delle prime vere navi da trasporto adatte a navigare in mare aperto.

Non a caso i faraoni d’Egitto chiedevano in prestito ai Cananei prima, e in seguito ai Fenici, le navi per la loro flottiglia per la navigazione sia sul Nilo sia nel Mediterraneo. Fenicie erano pure le grandi navi che trasportavano per gli Ittiti e altri popoli, cereali, merci e vino verso i porti del Mediterraneo. La capacità di navigare lungo le coste e per tragitti più lunghi con una navigazione a vista, permise ai Fenici di trasportare oltre che viveri e strumenti per uso agricolo, molte specie di vegetali, tra i quali barbatelle di vite che trapiantarono nelle terre da loro colonizzate. Non fu quindi difficile per i Fenici dopo che da costa in costa avevano visitato tutto l’Egeo, spingersi più a sud, verso le coste africane sino allo stretto di Gibilterra e da qui verso nord fino a Cadice.

Nel corso dei secoli si scontrarono con Greci, Etruschi, Romani, Persiani e Macedoni, alternando lotte a pacificazioni e alleanze. Il vino ebbe certo parte importante in tutto questo, visto che nella stessa Cartagine, importante colonia fenicia, sono state ritrovate anfore vinarie tipiche della cultura di quel popolo.

I Fenici e prima di loro i Cananei e tutte le popolazioni costiere, avevano l’isola di Cipro come punto di riferimento delle loro iniziali scorrerie nel Mediterraneo. Quest’isola fu senza dubbio il punto d’incontro più importante delle civiltà dell’Egeo, e i Ciprioti appresero dagli evoluti Fenici la viticoltura, l’olivicoltura e l’arte d’andar per mare.

Anche in Sicilia e Sardegna, i Fenici fondarono fattorie agricole che si rifacevano alla cultura cananea o siro-palestinese, dove per protagonista, oltre alla coltivazione di cereali e olive, c’era l’uva da vino.

Se gli Egizi fecero conoscere ai Fenici la bevanda fermentata dai cereali (birra?), questi ultimi insegnarono ai discendenti delle antiche dinastie egizie, l’arte di migliorare la vinificazione. Fu in coincidenza con questo periodo storico che nel Mediterraneo si consolidarono le prime specializzate manifestazioni mercantili. Non più scambi per la semplice sopravvivenza, ma vere e proprie attività mirate a un profitto il più elevato possibile.

Anche gli Etruschi entrarono nell’orbita commerciale dei Fenici, anzi, in comune avevano l’opposizione verso i Greci, tanto da allearsi in svariate operazioni militari contro gli Ellenici. Ed è a questo punto che ci domandiamo: da chi gli Etruschi appresero l’arte della vinificazione?

Tra gli scritti dei vari autori greci e romani di cui abbiamo consultato le opere, ci sono parecchie contraddizioni. A nostro parere, i Fenici ebbero più detrattori interessati che cronisti storici fedeli e naturalmente disinteressati.

Costretti dallo spazio ristretto dalla loro patria d’origine, si «inventarono» il mare come patria adottiva: i Fenici furono per secoli i padroni del Mediterraneo. Di sicuro portarono in tutti i luoghi da loro esplorati, l’arte della vitivinicoltura e tutti i mestieri a quest’arte legati.

La storia non sempre ne parla bene, anzi; alle volte ci sembra che negli scritti di tanti sapienti ci sia una nota di gelosia. Il vino e il mondo legato a questa bevanda devono, però, forse, ai Fenici un po’ di riconoscenza.

Insolia Principi di Butera
Con ancora negli occhi il fucsia delle bougainvillea e il blu del mare, il ricordo delle vacanze siciliane diventa ancora più intenso quando dal nostro calice di Insolia si sprigionano i profumi caratteristici del vitigno. L’approdo sull’isola su cui cresce è forse da ricondursi al periodo della dominazione normanna nel Mediterraneo orientale.

Usato in passato nella composizione del Marsala o commercializzata per dare corpo e alcol ai vini di altre regioni, l’Insolia, grazie ai produttori siculi, ha saputo da qualche anno farsi apprezzare per la produzione di bianchi affascinanti.

L’«Insolia; Feudo Principi di Butera» è prodotto in provincia di Caltanissetta, da monovitigno in purezza. Fermentato in vasche inox, viene affinato per sei mesi sui propri lieviti.

Colore giallo paglierino, con leggere sfumature verdoline, al naso sono netti e intensi i profumi di frutta carnosa che ben si armonizzano ai richiami di fiori di ginestra. Al palato è pieno e piuttosto armonico, morbido, nel finale emerge una leggera nota salina che ne fa il compagno ideale per un piatto di involtini di pesce spada, o pasta alla bottarga, ma il matrimonio perfetto lo si fa con couscous preparato con brodo di pesce.

/ Davide Comoli

 

 

 

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