Vino nella storia – L’efficacia dell’uva fermentata in cui venivano dissolte varie spezie per curare corpo e anima – Terza parte

Impossibile, quando si parla di rapporto tra vino e salute nell’antica Roma, non citare Celso (25 a.C.-37 d.C.), autore di uno dei più celebri testi dell’antichità De Re Medicina, composto da otto libri, il cui manoscritto perso fu ritrovato nel XV secolo da Papa Nicola V, fondatore della Biblioteca Vaticana. Forse è per questo motivo che il De Re Medicina è stato uno dei primi libri al mondo dati alle stampe; opera, oggi, di fondamentale importanza per capire il rapporto in epoca romana dell’argomento di cui stiamo trattando. Il testo del medico enofilo contiene parecchi stralci delle opere di Ippocrate e Asclepiade, con relativi commenti, e mette in risalto le qualità terapeutiche associate alle varie tipologie di vino. A quelli dolci e salati venivano attribuiti, ad esempio, effetti lassativi, mentre effetti opposti erano dati dai vini passiti o resinati. Curioso l’uso delle diverse tipologie di vino per le cure degli occhi o per le tonsille gonfie. Molto importante, si diceva di quest’opera, perché aiuta a elaborare in modo ulteriore il pensiero di Ippocrate, grazie al contributo di Celso, il quale assegna una precisa finalità terapeutica a ogni tipologia di vino, indicando molte volte l’aggiunta di differenti spezie o erbe per aumentarne l’efficacia. Anche Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) adottò questo particolare metodo di ricerca, tant’è che dedicò allo studio medico 12 dei suoi 37 capitoli nel suo Naturalis Historia. In quest’altra opera si possono trovare elencati, e corredati dalle loro proprietà terapeutiche, ben 50 tipologie di vini rossi, 38 vini di provenienza straniera, 18 vini dolci e 3 salati.

Anche il pensiero di Dioscoride (78 d.C.) seguì quello di Plinio: nel suo De Universa Medicina troviamo forse per la prima volta al mondo la botanica applicata alla medicina. Così si può leggere: «Il vino è un assai soave liquore, vero sostentamento della nostra vita, rigeneratore degli spiriti, rallegratore del cuore e potentissimo restauratore di tutte le facoltà e operazioni corporali». Dioscoride, di fatto e come già avevano fatto altri, non tralasciò di studiare gli effetti specifici delle varie tipologie di vino sui vari organi umani. Claudio Galeno (131-201 d.C.), nato nell’antica città dell’Asia Minore detta Pergamo (oggi nota con il nome Bergama ed è appartenente alla Turchia), uno dei centri artistici più splendido del mondo ellenistico, dedicò la sua vita alla ricerca trasformando la medicina da arte del guarire a scienza del guarire. Con Galeno, lo studio si fa più approfondito: il medico romano non solo analizza le qualità terapeutiche di ogni singola tipologia di vino, ma spingendosi oltre riesce a individuare alcune loro caratteristiche chimiche, mettendole in relazione con gli effetti che possono avere sul corpo umano; certe sue schegge di sapienza arrivano addirittura sino alla fine del Medioevo e coprono almeno 15 secoli di storia della medicina e farmacia. Interessante per noi enofili, il notare come curiosamente Galeno dava importanza al potere terapeutico ad ogni singola vendemmia, attribuendo a ciascuna di esse effetti fisiologici diversi. Con un balzo nella storia, ci spostiamo a Bisanzio, dove nel 330 d.C., l’imperatore Costantino aveva trasferito la capitale dell’Impero Romano. La storia qui si avvicina alla soglia del Medioevo, un periodo in cui tutti gli studi scientifici subiscono una drastica battuta d’arresto. Durante il periodo Bizantino viene ricordato il primo medico cristiano di chiara fama, Ezio di Amida (502-575 d.C.).

Questo medico amava prescrivere vini astringenti a persone in buona salute e vino caldo a chi soffriva di difterite. Ma Ezio di Amida è anzitutto colui che inaugura (si fa per dire), un nuovo corso nella storia medica, è infatti grazie a lui che la Chiesa cattolica entra di prepotenza nella gestione della medicina dell’Europa Occidentale.

Gli studiosi di farmacologia e medicina si ritrovano sempre più nei monasteri dove seguono gli insegnamenti di Galeno e dove possono meglio affinare le tecniche nel preparare vini medicinali a base di erbe, o cosiddetti «enoliti». La parola «enolito», oggi non più usata, è il termine corretto per definire ogni preparazione a base di vino e deriva dal termine greco «eno» (vino) e «lytos» (sciolto). Il vino per la sua composizione peculiare, acqua, acidi, alcol, permetteva infatti la solubilità completa in esso di molte sostanze farmacodinamiche altrimenti insolubili.

Unito alla necessità di disporre del vino per la Santa Eucarestia, spiega il perché intorno ai monasteri ci fosse sempre un vigneto. Durante il Medioevo, pur ostacolando quasi in modo totale la ricerca chirurgica, i monaci svolsero tuttavia un ruolo molto importante nel proteggere e conservare gli antichi manoscritti di medicina antica.

A tal proposito, possiamo far riferimento alla Scuola di Salerno, sorta all’interno di un ospedale benedettino del IX secolo. Tra le scuole di medicina medievale è senza dubbio la più rinomata, concentrava non solo tutte le conoscenze di medicina del basso medioevo, ma convergevano in essa le esperienze degli arabi e degli ebrei spagnoli. Studenti e medici provenivano e praticavano religioni diverse, ma il loro unico scopo e preoccupazione era lo studio medico. È proprio in questa scuola che l’uso del vino, prescritto come ricostituente o come antisettico, oltre a soluzione nella quale diluire sostanze medicamentose, diventa parte integrante degli insegnamenti dell’epoca. Il Regimen Sanitatis Salernitanum – una sorta di Summa di letteratura medica dell’epoca – indica numerose ricette proprio a base di vino. All’inizio del XI secolo, i medici salernitani esercitavano in tutta Europa. Quello che stupisce per l’epoca, è che una donna medico, Trotula de Ruggiero vi lavorasse occupandosi soprattutto di malattie femminili e scrisse anche un trattato De mulierum passionibus ante, in et post partum («Dei dolori delle donne prima, durante e dopo il parto»).

Praepositus Moscato Rosa
Da anni ai vertici della produzione altoatesina e nazionale, l’Abbazia di Novacella, meravigliosa struttura di proprietà degli Agostiniani, produce oltre ai classici e rappresentativi vini della Valle Isarco, anche uno stupendo Moscato Rosa.
La linea «Praepositus» è dedicata agli Abati che si sono succeduti alla guida dell’Abbazia e i vini di questa linea son prodotti con uve selezionate provenienti dai vigneti meglio esposti. Il Moscato Rosa è un nobile e antico vitigno a bacca rossa, chiamato anche Moscato delle Rose, deve il suo nome allo spiccato aroma del fiore, percepibile all’olfatto e non al colore del vino. Ha un grappolo florale soggetto a numerosi aborti floreali, cosa questa che dà origine a grappoli molto spargoli con acini piccoli, dolcissimi e senza vinaccioli. Questo nettare conquista con le sue venature di rosa antico, con i suoi profumi suadenti di rosa/rosa canina che si armonizzano con delicate note d’agrumi. Per meglio gustare appieno il dono del profumo, bisognerebbe berlo solo, ma se lo desiderate, abbinatelo a un’insalata di frutta bianca e, ad esempio per festeggiare le «Mamme», provatelo anche con la classica «torta di fra-gole».

 

 

/ Davide Comoli

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