Orazio, il poeta di Bacco - Vinarte

Vino nella storia – Sua la famosa locuzione latina «Carpe diem», ma anche tante altre dedicate alla poetica bevanda

«Nunc est bibendum» («Ora bisogna bere»). Orazio esulta con le stesse parole di Alceo per l’uccisone di Mirsilo, all’annuncio della fine di un mortale pericolo per Roma, quale poteva essere quello rappresentato dal sodalizio tra Cleopatra e Antonio. Cosicché quando nel 30 a.C. a Roma giunge notizia che entrambi gli amanti sono morti, anche Orazio, traducendo in modo letterale Alceo, festeggia l’avvenimento: «Ora bisogna bere, ora bisogna battere la terra a piede libero. È tornato amici, il tempo di ornare l’altare degli dèi con un banchetto da fare invidia ai Salii. Prima di ora non era lecito spillare il Cecubo (ndr: vino di ottima qualità) dalle cantine degli antenati…».

Orazio, è per noi il vero, grande, convinto e autentico cantore del vino, il poeta del vino per eccellenza in lingua latina.

Quinto Orazio Flacco (Venosa 65-Roma 8 a.C.), figlio di un liberto che aveva messo insieme un piccolo patrimonio, grazie al quale era riuscito a collocarsi socialmente in quella che oggi si chiama «piccola borghesia», studiò a Roma e ad Atene. Nel 42 a.C. combatté a Filippi nell’esercito repubblicano di Bruto e Cassio, gli uccisori di Giulio Cesare. La sconfitta di Bruto e un infortunio personale (l’abbandono dello scudo sul campo), ebbero decisive ripercussioni sulla sua vita e sulla sua psicologia. Perdute le terre paterne, si ridusse a un modesto ufficio di scrivano dedicandosi alle lettere.

Virgilio lo presentò a Mecenate, il finanziere dai natali etruschi (qualcuno dice fosse di Montalcino), a cui si legò di stretta amicizia. Fu allora che Orazio realizzò il suo sogno (munifico dono dell’amico sopraccitato): una villa e un podere nell’idilliaca campagna in Sabina, luogo di evasione dalla convulsa vita dell’Urbe. Entrato nelle grazie di Augusto, rifiutò incarichi ufficiali e preferì gli ozii meditativi, dedicati alla poesia.

Seguace della dottrina epicurea, fu il cantore dell’aurea mediocritas, ideale equilibrio etico tra capacità di rinuncia e piaceri immediati (amore, serenità campestre, amicizia e naturalmente vino), calati nel quotidiano e ispirati a un intenso senso del presente e della fugacità della vita. Rispetto alla quale fugacità, il poeta lucano esprime la sua filosofia (che è diventata anche la nostra), concentrata nel famoso imperativo: «Carpe diem» («Cogli l’attimo» – Ode 1,11).

Ma noi dobbiamo parlare di vino, e citare tutti i passi nei quali Orazio parla della nostra bevanda preferita, è un’ardua impresa. Ma ce ne sono alcuni, come quello citato all’inizio, dove Orazio sulle ali del vino tocca alti vertici poetici.

Quello che vi proponiamo, tratto dall’Ode 1,7 a Planco, è uno dei suoi versi più belli, dove l’eroe greco Teucro in fuga con pochi amici dall’ira paterna, si rivolge a loro per incoraggiarli «[…] O fortes peioraque passi mecum saepe viri, nunc vino pellite curas: cras ingens iterabimus aequor» («[…] O uomini forti, che spesso avete sopportato con me mali peggiori, scacciate ora gli affanni col vino; domani sarà immensa l’acqua del mare e continueremo il (nostro) viaggio»). Ma a noi piace molto la già citata Ode 1,11 dedicata a Leuconoe, «No, non chiederlo agli dèi, Leucònoe, non chiedere né il mio, né il tuo destino. Non ti è concesso di saperlo […]. Sii saggia: bevi un sorso di vino e in quel breve attimo tronca una lunga speranza. Già mentre stavi parlando il tempo invidioso se ne è fuggito. Afferralo questo attimo: Carpe diem! e pensa che forse non ci sarà domani». In sintesi, questa è la filosofia di Orazio, con la quale si può o non si può concordare, ma che certamente lo imparenta col greco Alceo, altro grande cantore del vino. E come Alceo, anche Orazio sembra voler approfittare di ogni occasione per sorseggiare una coppa di vino. Il vino è, anche per Orazio, lo strumento o se preferite «la magica pozione» per propiziare quegli attimi di abbandono e di felicità che può procurare un incontro amoroso.

Per amore del vino, Orazio, parco nei bisogni, modesto nelle aspettative, dedica una delle Odi (111,21) a un’anfora colma di prezioso Màssico, il «cru» pregiato del Falerno. Si tratta di un vino vecchio, di poco meno di 40 anni (è del consolato di Manlio Torquato, 65 a.C.), e quell’anfora sarà aperta per festeggiare l’invito a pranzo del caro amico del poeta, il console Marco Valerio Messala Corvino.

Orazio ci dimostra con questo brano di conoscere molte varietà di vini, di apprezzare le differenze, tanto da non accontentarsi di un vino qualsiasi: «Tu nata con me al tempo del console Manlio, sia che con te porti lamenti o gioia e litigio o amori folli o un sonno senza sogni, tu, anfora consacrata, a qualunque titolo hai affinato il Massico che conservi, ma certo di essere aperta in un giorno felice, scendi qui fra noi, ora che Corvino impone d’offrire un vino prelibato… Agli animi che meno sono inclini tu fai dolce violenza; col giocondo Lieo tu riveli l’angoscia dei sapienti e i pensieri che nell’animo nascondono; tu ridoni speranza ai cuori che s’angustiano e al povero, che dopo il vino più non teme l’ira dei re e l’arma dei soldati, regali forza e coraggio».

Le anfore che Orazio conservava nella sua cantina, contenevano senz’altro vini di buon livello, perché il poeta, lo racconta lui stesso, ama trattarsi piuttosto bene, grazie all’amico Mecenate non doveva avere soverchi problemi economici.

Salvo però, di tanto in tanto, piangere miseria sulle robuste spalle di quel Mecenate, perché il benefattore non avesse a scordare che il trattamento economico a lui riservato poteva essere suscettibile di qualche miglioramento, ma tenendo sempre il vino come termine di riferimento (Odi 1,20): «In coppe modeste berrai un vinello sabino di quello che in un’anfora greca ho io stesso imbottigliato, con tanto di sigillo, il giorno in cui ti tributarono, a teatro un’ovazione, caro cavaliere Mecenate, di tale intensità che le rive del nostro fiume e la festosa eco del colle Vaticano ti restituirono all’unisono, l’applauso. Sarai certo abituato a degustare Cecubo e Caleno d’uva spremuta con il torchio; i miei bicchieri però non sono rallegrati dalle viti del Falerno o dei colli di Formia».

A parte queste lacrime di circostanza, però, va ribadito che a vini Orazio non si trattava certamente male. Quel che è certo è che il vino e il suo dio durante l’aurea mediocritas di cui Orazio era la voce poetica di Augusto e dopo Virgilio, non più fuoco per passioni, entrò per così dire, in una dimensione più domestica e di emozioni più contenute. Bacco, comunque, non si turbò più di tanto, sapeva che dal circolo formatosi intorno a Mecenate, non poteva aspettarsi altro. Il dio guardò con altera indifferenza alcuni moralisti che ignorarono scientemente l’ambiguità del suo dono e come Seneca ne illustrarono solo: «gli effetti collaterali».

Scelto per voi

Doral – Carla

Carla è un vino prodotto da Davide Cadenazzi, ottenuto con uve Doral (incrocio tra Chasselas x Chardonnay creato nel 1965), le quali maturano su ceppi di vite che affondano e traggono nutrimento dai terreni ghiaiosi ai piedi del Generoso.

Il nome di questo Doral è un omaggio che Davide Cadenazzi ha voluto dedicare alla memoria della madre.

Nel bicchiere, Carla si presenta con un bel colore giallo dorato brillante e da subito si librano nell’aria note aromatiche che il naso poi conferma: agrumi e sentori d’albicocca si rincorrono rendendo molto gradevole l’esame olfattivo. La piacevole acidità e l’elegante morbidezza creano un bell’equilibrio in questo vino, dove l’alcol non la fa da padrone, e il finale lungo è un delizioso ricordo di burro d’arachidi che ci riporta alla giovinezza passata negli USA.

Da servire fresco (circa 12° C), ottimo come aperitivo e con piatti estivi profumati con le erbe del vostro giardino; noi lo abbiamo provato con un «Orata al forno», eccellente connubio.

/ Davide Comoli

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