Vino nella storia – La Sardegna per estensione è la seconda isola del Mediterraneo, divisa dalla Corsica dalle Bocche di Bonifacio

Circondata da 1800 km di coste, la Sardegna ha potuto conservare fino a oggi gran parte del suo patrimonio viticolo. Il vento non manca mai, e in questa splendida isola anche in piena estate, violente raffiche rendono problematiche se non impossibili un piacevole pomeriggio in spiaggia o una gita in barca. Maestrale e Scirocco nel bene e nel male, contribuiscono in ogni caso a dare particolare sapidità ai vini ottenuti nelle zone più esposte della costa. Tranne il Gennargentu (1834 m) l’isola non ha montagne molto alte, ma predominano altopiani rocciosi, prodotti dall’erosione delle rocce che risalgono a 300 milioni di anni fa, composte da granito, basalto, scisto e trachite. I vigneti sono spesso impiantati su terreni poco profondi, ma di limitata fertilità. In compenso i vini prodotti godono di un’ottima mineralità; la superficie vitata è di ca. 27’000 ettari.

La coltura della vite risale probabilmente al VIII sec. a.C., quando un gruppo di Fenici (Cartaginesi), si insediò nelle zone costiere dove fondò tra l’altro «Coralis» (Cagliari), ma presso un nuraghe a Borore (NU), sono stati trovati semi di vite datati 1300 anni a.C. Questi ritrovamenti confermano quello che in caratteri cuneiformi è scritto su una tavoletta proveniente da Ugarit (antica città siriana) relativa al XIII sec. a.C., dove viene citato un soldato Shardana (antica popolazione della Sardegna) della guardia reale, che oltre a campi e saline, possedeva anche un vigneto. Anche Roma fu presente sull’isola, impiantando «villae rusticae» provviste di colline vinarie. Per ritrovare notizie sul vino, bisogna però aspettare la famosa «giudicessa» Eleonora d’Arborea, autrice della Carta de Logu (1392), raccolta di leggi estese a tutta l’isola da Alfonso d’Aragona detto il «Magnanimo».

Malgrado l’isolamento e il persistere di strutture arcaiche, la coltura dell’uva che gli isolani ponevano sotto la protezione di «Sardus Pater», continuò a prosperare anche dopo Eleonora d’Arborea, tant’è che il Bacci (1576) nel suo trattato sui vini d’Italia, definì la grande isola: «Sardinia insula vini».

Dopo molte traversie tra cui la filossera, la vitivinicoltura sarda, alla fine degli anni 50, era segnata da un marcato dualismo tra le province di Sassari e Nuoro da un lato e il sud dell’isola dall’altro.

Nelle prime in terreni collinari, dominava ancora (ad eccezione delle importanti tenute di Sella & Mosca, vera locomotiva trainante della resurrezione vitivinicola sarda), il tradizionale allevamento ad alberello; al sud si concentravano le aziende contadine del settore, in cui cominciava a diffondersi il sistema a spalliera.

Tra il 1960 e il 1980, grazie a sovvenzioni della regione, ci fu un’espansione incontrollata del settore che portò ad una politica di espianto, alla quale seguì una vendita dei vigneti a produttori che arrivavano dal «continente» soprattutto toscani e veneti.

Il sostanziale miglioramento dei livelli quantitativi dal 2007 ha portato alla produzione di vini che hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Oggi al 30% dei vini è riconosciuto il marchio D.O.C. e al Vermentino di Gallura è stata attribuita la D.O.C.G.

Dalla fine degli anni 80 è iniziata in modo molto positivo la valorizzazione dei vini sardi, che hanno permesso ai prodotti dell’isola di confrontarsi in modo positivo con i vini italiani e mondiali.

Il settore turistico è stato senza dubbio il principale trascinatore per l’evoluzione del vino, in modo particolare i «bianchi». Oggi si producono vini freschi, profumati e soprattutto piacevoli da bere: ormai è solo un ricordo quello che ci torna in mente dei bianchi ossidati e piatti degli anni 70, che arrivavano alle nostre latitudini dopo essere stati per giorni sotto il sole, sulle banchine dei porti d’imbarco.

Dal 2006 la Regione Sardegna ha istituito cinque «strade del vino»: tra Barbagia e Ogliastra per il Cannonau, il Campidano per il Nuragus, il Sulcis per il Carignano, la Planargia e Oristano per la Malvasia e la Vernaccia e la Gallura per il Vermentino.

Per meglio gustare queste tipologie, bisogna viaggiare e farsi stregare dalla selvaggia bellezza di questa terra: bere la Malvasia a Bosa, ammirando il castello dei Malaspina da un ristorante sul fiume Temo, la Vernaccia ad Oristano tra i monti del Marghine e il fiume Tirso, alla ricerca di antichi vitigni, il Cannonau a Sorso, lo spumeggiante Moscato a Tempio Pausania, il Torbato sul lungomare di Alghero, il Monica nel Campidano di Cagliari.

Il modo migliore per poter valutare queste gemme dell’enologia è quella di «maritarli» con le perle della gastronomia locale.

Tra i vitigni a bacca bianca il Vermentino è il più coltivato: sembra che provenga dalla Corsica, ma è originario della penisola iberica. Il Vermentino di Gallura, è l’unica D.O.C.G. in Sardegna, ottenuta nel 1996. È un’eccellente aperitivo ed è l’ideale con «l’aragosta e crostacei grigliati». Molto diffuso nel sud dell’isola è il Nuragus, considerato il più antico vitigno della Sardegna, molto probabilmente introdotto dai Fenici. I suoi piacevoli profumi di pesca, sposano in modo ottimale gli antipasti e gli spaghetti con la bottarga.

Con il Torbato, introdotto dagli Spagnoli, si producono ad Alghero degli ottimi spumanti metodo Martinotti, ma anche per vini fermi dalle note floreali, ottimo con le «impanadas».

L’antico Nasco di Cagliari, vinificato in dolce, secco e passito, da provare con le «seadas», l’autoctono Semidano d’abbinare alla «fregula», piatto di antiche tradizioni, la Vernaccia, forse introdotta dai Greci che fondarono l’antica Tharros, coltivata nei terreni alluvionali in quel di Oristano, la consigliamo a fine pasto con il «pecorino sardo» o in versione Spumante con i tipici «prosciutti sardi».

Il Moscato con la tipica pasticceria secca a base di mandorle, «gli amarettos», la Malvasia introdotta dai monaci Bizantini, la troviamo in due diversi biotipi, a Cagliari e a Bosa, che danno vini diversi da dessert, in entrambe percepiamo dolcissime note di agrumi canditi, fichi, datteri secchi e vellutati in bocca, da bere anche fuori pasto.

Le uve a bacca nera occupano il 65% del vigneto sardo: il Monica nel centro/sud dell’isola, il Girò con il quale si produce un vino liquoroso, il Bovale che dà vini molto colorati, il Nieddera con il quale si producono rosati profumati, il Muristellu, il Cagnulari, il Carignano. La cucina sarda di carne, ricca di specialità di selvaggina, maiale, agnelli, trova nei «rossi» di questa terra compagni di tavola ideali, tra tutti primeggia il Cannonau, il più coltivato in Sardegna. Lo spazio non ci permette di scrivere di più di questo vino, ma il consiglio è di abbinarlo al classico «porceddu furria furria».

Campocroce Amarone 2015
Con le uve Corvina Veronese, Rondinella, Molinara ed eventuali altri vitigni autorizzati a bacca rossa, rigorosamente selezionate e lasciate appassire sulle «arele» per 3-4 mesi, si ottiene l’Amarone. Un vino che pare sia nato per caso da alcune botti dimenticate in cantina per produrre il dolce Recioto: la prima etichetta di Amarone è datata 1950, da allora questa tipologia di vino ne ha fatta di strada. Oggi il nome Amarone è conosciuto a livello mondiale ed è considerato alla stregua dei vini più prestigiosi.
Il Campocroce che oggi vi proponiamo con i suoi 16,5% di alcol, ha una grossa potenza strutturale, è un ampio concentrato di frutta, ciliegie marasche, mirtilli ed è talmente di colore scuro che è quasi impenetrabile alla vista, equilibrio e complessità sfiorano i vertici dell’eccellenza. Lunga la sua permanenza in bocca, dove note di frutta secca e nera ci avvolgono il palato, lasciando un piacevole ricordo di amarene. Lo consigliamo con piatti di cacciagione di pelo e formaggi erborinati stagionati, facendo attenzione che l’impatto gustativo sia equivalente alla struttura del vino.

 

/Davide Comoli

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