Vino nella storia – Sbarcati in Sicilia nel 1773, furono gli inglesi a dare i natali al vino liquoroso di Trapani.

Furono, tanto per cambiare, nuovamente gli inglesi fra il 1700 e il 1800, i protagonisti del successo del vino di Marsala. Con il suo elegante veliero, l’Elizabeth, John Woodhouse nel 1773 giunse in Sicilia, da Liverpool. Da buon commerciante, dopo aver provato i vini che si producevano nell’area di Marsala, ebbe un lampo di genio: pensò di aver individuato il prodotto che con la classica aggiunta di «spirito di vino» avrebbe potuto rivaleggiare con i Madeira e il Porto, tanto amati nella sua Inghilterra.

Negli anni che seguirono, Woodhouse investì molto denaro incoraggiando l’impianto di vigneti, affittando magazzini e acquistando edifici trasformandoli in cantine per la produzione. La sua impresa riscosse talmente tanto successo che i vigneti intorno a Marsala a un certo punto non bastarono più per produrne a sufficienza da soddisfare la richiesta di vino. Sotto questa spinta fu necessario ampliare le aree di coltivazione nel trapanese e in una parte del palermitano.

Attirato dal successo di Woodhouse, un altro inglese approdò in Sicilia, Benjamin Ingham, che associò alla sua impresa i tre nipoti, fra cui Joseph Whitaker, il quale fondò un’azienda che sarebbe diventata molto importante per la produzione e commercializzazione del Marsala.

A partire dal 1832, accanto ai nomi inglesi s’impose finalmente un nome italiano, quello della famiglia Florio, alla quale si affiancarono altri nomi storici come Diego Rallo e Paolo Pellegrino.

Dai 15’600 ettari vitati nel trapanese del 1848, si era arrivati ai 38mila ettari del 1874, per arrivare ai 60mila del 1880; il Marsala aveva ricevuto la sua meritata fama. Tuttavia una contrazione di circa la metà della produzione si dovette registrare alla fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in seguito al dilagare della filossera.

Secondo i dati del Ministero dell’Agricoltura, alla fine del 1800 i vitigni più diffusi in provincia di Trapani erano per le uve nere: il Pignatello, il Nerello e il Calabrese, per le bianche: il Catarratto, l’Inzolia, il Damaschino, il Grillo, la Greca, il Moscatello, il Catanese e il Grecanico.

Nella ricostruzione postfilosserica si ridusse la superficie vitata per il Catarratto, mentre fu aumentata invece quella per il Grillo. Lo Zibibbo, importante uva da tavola prodotta tradizionalmente in provincia di Trapani, copriva alla fine del 1800 circa mille ettari (l’odierna superficie vitata del Ticino).

Le uve impiegate principalmente per la produzione del Marsala erano il Catarratto e l’Inzolia, John Woodhouse preparava il suo Marsala partendo dal vino base ottenuto con il sistema chiamato: «prestimbotta» invecchiato qualche anno e con l’aggiunta di alcool in ragione di 4 litri e ½ per 400 l di vino. Benjamin Ingham ideò invece l’aggiunta di mosto cotto. Nel 1900 Salvatore Mondini (enologo), evidenziava tre elementi essenziali per la produzione del Marsala: l’alcool, il sifone e il mosto cotto.

La quantità di alcool dipendeva dal tenore alcolico dei vini base, il sifone era composto da uve molto mature di Catarratto bianco pigiate, il cui mosto era messo in botti contenenti alcol nella quantità di circa il 25 % della loro capacità. Questo veniva più volte travasato, arieggiato e invecchiato. Il mosto cotto, ottenuto da Catarratto bianco, ma alle volte anche rosso, era concentrato in caldaie a fuoco diretto (o a vapore come auspicato da alcuni), riducendolo sino a un terzo del volume iniziale.

Dopo il taglio dei vini base seguiva la concia, ossia l’aggiunta di alcool, sifone e mosto cotto. La concia si effettuava in grossi tini da cento fino a mille ettolitri. Il vino così trattato, dopo circa un mese veniva energicamente sbattuto e quindi travasato in botti, da qui dopo essere stato solforato e chiarificato, passava nei magazzini d’invecchiamento.

I principali tipi di Marsala erano riconducibili al Marsala Italia, il meno alcolico e il meno colorato, e al Marsala Inghilterra, più alcolico dai colori più intensi e ottenuto da una maggior quantità di vini molto maturi.

L’Italia e l’Inghilterra, erano prodotti anche nel tipo «Stravecchio». Ottenuto da vini provenienti da uve di prima qualità, era il Marsala Extra Superiore. Una tipologia di Marsala dolce prese invece il nome di Garibaldi, in ricordo del suo sbarco a Marsala l’11 maggio 1860 con la leggendaria spedizione detta dei «Mille», il quale aveva molto apprezzato questo tipo di vino.

Sigle caratterizzanti diverse tipologie di Marsala che ricordano l’impronta anglosassone: il Marsala S.O.M. (Superior Old Marsala); Marsala O.P. (Old Particular); mentre L.P. stava per Marsala London Particular.

Molto pregiato il Marsala Vergine, frutto della semplice alcolizzazione (senza aggiunta di sifone o mosto cotto), invecchiato in botti di rovere e nel corso degli anni tagliato con vini vecchi secondo il sistema Soleras.

Se si scava nella storia di Marsala, saltano fuori, Punici, Fenici, Greci, Romani, Vandali, Bizantini, Arabi, Normanni, Angioini, Spagnoli, via via fino ai Garibaldini.

Nel 1832 Marsala divenne sede di un consolato britannico: questa circostanza ebbe una fondamentale importanza in quell’11 maggio 1860, quando a bordo del Piemonte e del Lombardo, arrivarono quei meravigliosi disperati che costituirono la spedizione dei Mille.

Quando due fregate borboniche accorsero per bloccare lo sbarco, s’accorsero che in rada c’erano due navi da guerra inglesi che stavano caricando il prezioso nettare locale; presi da riverente timore i borboni fecero dietro-front. Favorite da questa circostanza le camicie rosse garibaldine sbarcarono senza perdite, iniziando così una delle imprese più belle del Risorgimento Italiano. Pochi giorni dopo Garibaldi a Palermo brindava assieme Alexandre Dumas, naturalmente con il Marsala.

 

Pellegrino Rubino – Marsala

Questo vino liquoroso va servito fresco, ad una temperatura compresa tra 12-14° C e per meglio apprezzarne i profumi è opportuno degustarlo in piccoli bicchieri a tulipano.

Il Marsala sarà scelto in base ai gusti personali e all’abbinamento che si desidera fare, non dimenticate che i migliori Marsala sono sottoposti ad un lungo invecchiamento.

Al momento dell’aperitivo, ottimi sono i Superiore e i Vergine con i loro bouquet inebrianti, possono essere serviti con stuzzichini e noccioline varie, ma possono riservare incredibili e gradite sorprese se serviti in abbinamento ad alcuni piatti di pesce e crostacei, accompagnati da salse ricche di sapori e profumi, ma possono essere anche gradevolissime sorprese in abbinamento con un delizioso foie gras o con formaggi erborinati e piccanti, quali Gorgonzola, Stilton e Roquefort.

Un Marsala dolce infine può essere tradizionalmente abbinato ad importanti dessert (come il tiramisù) con praline al cioccolato e per i più golosi: non fatevi mancare uno zabaione al Marsala.

/di Davide Comoli

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