Il vino nella storia – Continua la serie dedicata alle rotte del vino – Sesta parte

Nello scenario della produzione italica, erano la Campania e in parte il Lazio a fare la parte dei leoni, in quanto i vini di queste regioni non solo primeggiavano nei consumi interni, tra le famiglie benestanti, ma erano molto apprezzati anche tra le popolazioni che si affacciavano sul mercato del vino. Centri di smistamento dei vini provenienti da altre regioni, erano stati creati al nord di Roma da commercianti altamente specializzati.

La fama dei vini prodotti nella penisola italica raggiunse perfino i mercati del Medio ed Estremo Oriente. Anfore vinarie che testimoniano la provenienza del vino italico, infatti, sono state trovate ad Alessandria d’Egitto, ad Axum e anche nel sud dell’Iran da dove via mare giungeva per l’appunto la richiesta dei vini italici.

In conseguenza di ciò, nacquero delle vere imprese per l’esportazione, oltre Roma, nonostante avesse i numeri per dominare questi mercati, altri mercati – soprattutto quelli dei Paesi affacciati sul Mediterraneo – resistevano e spesso superavano la concorrenza romana.

I vini di Cipro, della Siria e delle isole Greche, molte volte vincevano la battaglia della domanda e dell’offerta e anche a Roma su alcune tavole raffinate giungevano spesso in quantità sufficiente eccellenti vini dall’Asia Minore.

Le anfore di ceramica erano i principali contenitori utilizzati nel traffico marittimo mediterraneo già prima del III sec. a.C. Mentre in seguito, cioè nel I e II sec. a.C., le anfore del vino erano soprattutto del tipo conosciute come Dressel 1; pare che siano state prodotte a partire dal 130 a.C. e che fossero usate esclusivamente per l’esportazione dei vini dalla costa Tirrenica. A metà del I sec. a.C., questo tipo di anfora subì una modifica, presentandosi con un collo più alto e più pesante, inoltre si incominciarono a vedere delle imitazioni provenienti dalla Spagna e dalla Francia del sud.

Le anfore spagnole portavano quasi certamente il vino della provincia Tarraconense, che secondo il solito Plinio era all’altezza dei migliori vini italici, mentre quelle provenienti dalla Gallia sono indicative di un inizio di viticoltura in quella provincia.

Con l’arrivo dei Romani nel sud della Francia, infatti, il mondo vitivinicolo cambia aspetto, anche se nei pressi di Marsiglia, esattamente a Saint-Jean-du-Desert, furono scoperte anni fa una decina d’impianti di vigna risalenti al IV sec. a.C. Lo storico Strabone scrive: «La Gallia Narbonense produce in quantità e dappertutto gli stessi frutti dell’Italia», riferendosi all’uva e alle olive.

La diffusione dell’anfora Dressel 1 è un ottimo indicatore dell’ampiezza raggiunta dal commercio romano del vino dal I sec. a.C. Non solo ci fa conoscere le lunghe distanze percorse dal vino, ma anche il ruolo dei fiumi e l’importanza dominante per il suo commercio. Sono state ritrovate così anfore prodotte in Italia lungo il corso del Tamigi, il Rodano, il Reno, la Garonna, l’Ebro, la Guadiana. Non è facile valutare il giro commerciale dato dal vino intorno al I sec. a.C., ma dal numero di anfore ritrovate e da quelle che ancora numerosissime giacciono sui fondali marini, si ipotizza che all’epoca in cui era diffusa l’anfora Dressel 1, furono circa 40 milioni quelle caricate a bordo di imbarcazioni, il che indicherebbe un flusso di circa 100mila ettolitri di vino all’anno proveniente dalle Gallie.

Alla fine del I sec., l’anfora Dressel 1 fu sostituita da un nuovo tipo che imitava le anfore prodotte sull’isola greca di Kos, la Dressel 2-4.

Mentre la Dressel 1 pesava circa 25 kg con un rapporto peso-capacità di 0,88 litri per kg, le nuove anfore erano molto più leggere, tra i 12-16,5 kg, con un rapporto 1,09-2,04 litri per kg. Questo cambiamento fu forse dato dal desiderio di trasportare una maggiore quantità di vino, ma qualcuno azzarda l’ipotesi di un mutamento nel costume sociale del bere, con la comparsa della moda dell’annacquare il vino, lanciata dai Greci.

Un’ulteriore innovazione tecnica relativa al trasporto via mare del vino (considerati alcuni ritrovamenti su alcuni relitti naufragati all’epoca), fu l’introduzione di navi che portavano pesanti giare, note come: «dolia» e ancorate in mezzo alla nave, ma visti i risultati, sembra che l’esperimento non sia andato oltre al I sec. d.C.

La produzione vinicola svolgeva un ruolo molto importante nel commercio alimentare dell’epoca. Insieme all’olio, la Spagna, l’Italia e la Grecia spesso si scambiavano vini, e l’olio prodotto in Italia veniva mescolato con quello prodotto in Spagna, Gallia e Africa. Strabone (circa 64 a.C.-19 d.C.) scrive: «Miscentur sapores… miscentur vero et terrae caelique tractus» («…si mescolano i sapori (…) si mescolano in verità anche terre e tratti di cielo»).

L’incremento dei traffici richiedeva un notevole aumento della logistica per far fronte all’intero apparato commerciale. Di tutto questo ne beneficiavano, non solo i grandi porti marini, come quello di Alessandria che sotto Roma Imperiale era diventato il centro mondiale del traffico mercantile, ma anche importanti snodi della penisola italica, tra cui Pozzuoli e Ostia, ma anche Aquileia, Tiro, Cadice (Gades), Efeso e Marsiglia. Si assisteva anche a un fiorente commercio in alcuni porti fluviali ricavati nelle anse dei fiumi, dove transitavano un numero impressionante di anfore vinarie caricate su barconi, come ad esempio a Lione.

L’imperatore Augusto, aveva assegnato un compito ai responsabili dei traffici e del commercio: «Unire saldamente l’impero per rendere la sua sopravvivenza la più lunga possibile nei secoli a venire». Noi pensiamo che il vino abbia avuto il merito e un posto di rilievo (non da merce qualunque), per essere considerato un simbolo di raffinata civiltà, con cui scrivere pagine di storia.

Brunello di Montalcino Altesino 2012 D.O.C.G
Il marchio Altesino è una realtà di 40 ettari vitati, 25 dei quali iscritti nell’albo del Brunello, dislocati tra Montosoli (nord) e Pianezzine (sud).Le zone sono protette da grandine e temporali grazie al Monte Amiata, mentre le uve possono raggiungere un’ottima maturazione grazie ai venti caldi della Maremma che creano un microclima caldo e secco.

Fondate negli anni Settanta le Cantine di Palazzo Altesi, creano il loro Brunello (uve Sangiovese grosso) in modo tradizionale, con lunghi affinamenti in rovere di Slavonia da 50 ettolitri. Il disciplinare infatti prevede uso di Sangiovese in purezza, riposo in cantina per almeno 50 mesi, di cui almeno 2 passati in botte. Tutto questo dona longevità (20 anni).

Il vino che vi proponiamo per il pranzo di Natale è un prodotto molto elegante e molto equilibrato con accenti molto diversi tra loro, ma che – come per un tocco magico – nel bicchiere si fondono tra loro creando una perfetta armonia. Servito a 18° C, è l’ottimo accompagnamento per arrosti, carni rosse, selvaggina e pollame nobile (cappone ripieno).

/ Davide Comoli

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