Il più bel giardino vitato d’Europa - Vinarte

Bacco Giramondo – Il Trentino vitivinicolo non spicca per quantità ma per qualità

A giudicare dalle testimonianze giunte sino ai giorni nostri della cultura neolitica, dell’Età del bronzo e del ferro (soprattutto di quest’ultima) – durante la quale compaiono nell’odierno Trentino parecchi «castellieri» sulle cime delle colline – si può affermare con certezza che la vite già cresceva fiorente nella regione.

Gli Etruschi arrivarono in questa terra creduta per secoli dominio di fate, elfi, giganti e orchi, perché costretti dalla spinta dei Celti a cercare nuovi spazi verso nord. Un antichissimo vaso destinato a contenere vino da offrire agli dei fu ritrovato sul Dos Caslir nel lontano 1825 e oggi esposto al museo del Castello del Buonconsiglio a Trento, attesta la nostra affermazione.

Sulla «situla» bronzea di origine reto-etrusca, la cui datazione è compresa tra il V e VII secolo a.C., è incisa la più lunga iscrizione nord-etrusca che si conosca: «Velcanu Rupnu e Pitiave Kusenkus, dedicano (questo dono) a Lavisio, il giovane dio del vino».

Il piccolo agglomerato cinto di mura che sorgeva sulla riva sinistra dell’Adige, già produceva vino chiamato genericamente «Retico» dai primi legionari di Roma (confuso molto spesso con quello prodotto in Valtellina e nel Veronese). Si narra che lo stesso imperatore Augusto (63 a.C.-14 d.C.) avesse una predilezione per i vini di Tridentum, appena assurta al rango di «urbe romana».

Durante le invasioni barbariche, la vite abbandonò le valli e i colli trentini per ritirarsi in luoghi montani più appartati, ma la sua coltivazione continuò grazie all’opera degli Ordini Cluniacensi e Benedettini.

La produzione vinicola trentina ebbe momenti splendidi, grazie al cardinale Bernardo Clesio, all’epoca del «lungo» Concilio di Trento (1547-1563), e quando la raffinata corte Asburgica di Vienna si riforniva con abbondanza di «Vin dei siori» in Vallagarina.

Il Trentino è una regione montuosa chiusa in due grandi zone dal fiume Adige. Alla destra del fiume si innalza il dolomitico del Brenta ai confini con la Lombardia e l’Alto Adige, i massicci dell’Ortels e dell’Adamello, dove si aprono le valli di Non e di Sole. Alla sua sinistra troviamo il monte Baldo, i Lessini e il massiccio del Pasubio, oltre al settore sud occidentale delle Dolomiti, dove il bacino dell’Avisio e del Fersina formano le valli di Fassa, Fiemme e Cembra, oltre l’alta valle del Brenta (Valsugana). La maggior parte del territorio si trova in un’area a metà tra il clima alpino e quello più temperato, come in Vallagarina e nella Valle dell’Adige, con terreni di natura calcarea dolomitica. Mentre nelle zone collinari del lago di Garda, troviamo un clima simile al Mediterraneo, ai piedi dell’Adamello e dell’Ortels il clima è invece decisamente alpino.

Le notevoli escursioni termiche, consentono alle uve di arricchirsi di profumi, mentre le precipitazioni sono ben distribuite nel corso dell’anno.

La superficie vitata è di circa 10mila ettari, con netta prevalenza dei vitigni bianchi, con il 70% della vinificazione, dove primeggia la produzione di vino spumante «metodo classico» elaborato principalmente da Chardonnay, simbolo dell’enologia trentina. Non è certo la quantità la caratteristica della produzione vinicola trentina: il pregio è dato dalla qualità.

Definito da molti «il più bel giardino vitato d’Europa», il Trentino è un modello di efficienza enologica e tecnologica, emblematici sono i suoi confini a forma di foglia di vite e il gioiello di questo giardino è l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, una delle più qualificate scuole enologiche a livello mondiale.

La «pergola trentina» è il sistema tradizionale dell’allevamento della vite: pergola semplice sui declivi, pergola doppia nei fondovalle. Nuovi impianti, tuttavia, incominciano ad adottare la «spalliera verticale», più facile da lavorare. Le due denominazioni che coprono 72 comuni della regione sono Trento e Trentino; mentre la prima è interamente dedicata ai vini spumanti metodo Classico, la seconda offre una paletta di vini più ampia di ottimo livello, divisa in più sottozone o a specifiche aree di produzione, ma andiamo a scoprire i vini/vitigni e le zone di produzione.

Indiscussi protagonisti della viticoltura trentina – in coppia rappresentano il 50 per cento e oltre della produzione – sono lo Chardonnay e il Pinot Grigio. Nel comprensorio di Trento, soprattutto nella Valdadige salendo il confine con la provincia di Verona, lo Chardonnay – con alcuni vitigni minori come il Pinot Bianco e il Pinot Mounier – ci regala eleganti vini spumanti metodo classico, vini che possono coprire tutta una cena, mentre lo Chardonnay in versione ferma di questa zona, trova il giusto abbinamento con le insalate di frutti di mare. Andando verso Roveré della Luna, ci imbattiamo nell’altro grande bianco della regione, il Pinot Grigio, vinificato in bianco e qualche volta nella tradizionale versione «ramata», con i suoi profumi di pera, mela, fiori bianchi e gialli e fieno secco, ottimo con i risotti agli asparagi.

Nella Valle dei Laghi, lungo il corso dell’Adige, troviamo l’elegante e suadente Moscato Giallo, bevendolo percepiamo nel nostro calice i richiami propri dell’uva: con la frutta in genere non si consigliano vini, ma provatelo con un’insalata di frutta fresca al naturale.

Tra Mezzocorona e la frazione di Grumo di San Michele all’Adige, nella piana del fiume Noce, troviamo la culla del Teroldego, o Rotaliano, grande vino rosso da salmì di lepre o camoscio, oppure con formaggi come il Puzzone di Moena e il Trentingrana.

In Val di Cembra, lungo il torrente Avisio, nel comune di Lavis, l’uomo ha aiutato la natura a creare splendidi paesaggi; qui le temperature decisamente fredde favoriscono la coltivazione del Müller-Thurgau, ottimo come aperitivo e in particolare con gli spaghetti alle vongole. Interessanti sono pure il Pinot Bianco da abbinare alla famosa «trota blu».

Il clima temperato del lago di Garda, nella romantica Valle Sacra punteggiata di castelli, aggrappata alle pergole trentine, prospera la Nosiola che, dopo un lungo appassimento su graticci e almeno un paio di anni in botte, dà origine al Vin Santo Trentino, uno splendido vino da abbinare alla torta di nocciole o al più celebre Strudel, ma pure alla golosa «torta di castagne». Troviamo invece un po’ dappertutto il Merlot, il Cabernet Franc e il sempre più raro Rebo, dal colore impenetrabile.

Nei terreni sabbiosi della cosiddetta Terra dei Forti, cresce l’Enantio, un rosso già citato da Plinio (I secolo a.C.), ma è sulle colline basaltiche di Isera nella Vallagarina che troviamo la massima espressione del Marzemino, già conosciuto nel 1769 dal giovane Mozart e vino di corte degli Asburgo, quindi: «che si versi un Marzemino» come nel finale del Don Giovanni, ma con la polenta e i funghi.

Scelto per voi

Barbaresco 2017 – Adriano
Tra i 250-300 m di altitudine, su terreni generalmente argillo-calcarei, tra i comuni di Neive, Treiso e Barbaresco, dal vitigno Nebbiolo si vinifica uno dei vini più eleganti tra quelli italiani: il «Barbaresco». Il «Basarin» Barbaresco, prodotto dai fratelli Marco e Vittorio Adriano, è l’espressione più pura del Nebbiolo, con profumi spesso più maturi all’olfatto che in fase gustativa, ma che dopo una buona ossigenazione svela le sue stratificazioni e la sua complessità. L’Azienda si contraddistingue anche per la produzione dei classici vini della tradizione piemontese.
Questo «Basarin» è un Barbaresco dalla pura raffinatezza, elegante, che si concede con classe: nel bouquet di fiori e di erbe essiccate al sole, emergono i sentori di terra di Langa, si aprono le spezie e i profumi di cuoio, dai tannini vivi, sensazione ormai rara, che ben si sposa a una cucina succulenta e autunnale come una «guancetta di manzo stufata» o per i più forti un «gran fritto alla piemontese».

/ Davide Comoli

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