Bacco Giramondo – È nelle Cinque Terre che si può gustare quella perla dell’enologia che è lo Sciacchetrà

Quando parlano della loro regione, i liguri amano definirla: «poca terra e tanto mare». Una sottile striscia di terra spesso impervia, sassosa e difficile da coltivare. Eppure, la sua collocazione geografica e il modo di spalancare le riviere per accogliere chi arriva da lontani lidi, ha fatto di questa regione un crocevia di scambi economici, sociali e soprattutto umani.

Dopo i secoli bui, bisogna arrivare al Medioevo per veder primeggiare i vini delle Cinque Terre e dello spezzino. Petrarca (1304-1374), nella sua Africa, dedica versi vibranti ai vini della riviera di Levante, mentre per quella di Ponente nel 1400, si fa portavoce l’umanista Jacopo Bracelli, che loda il Moscato di Taggia. Ma è Andrea Bacci (1524) che nella sua opera De naturali vinorum historia, dà risalto alla viticoltura di questa regione. Il Bacci, infatti, già mette il dito nella piaga del vigneto ligure, per risaltarne le particolari condizioni topografiche (in primis) e la grande varietà di vitigni che si sono stratificati nel corso dei secoli. Una terra condizionata dalla duplice attività della gente di questa regione, che trascorreva gran parte della loro vita in mare. Poi quando sbarcavano andavano a coltivare le cosiddette «fasce» o «pianete», piccoli appezzamenti ricavati sulle balze collinari retrostanti ai villaggi pescherecci o dotati di porti d’imbarco.

Venendo ai giorni nostri, il territorio ligure è per circa due terzi montuoso, piccole zone pianeggianti si trovano nelle aree costiere di Albenga e Sarzana. Il vigneto si estende prevalentemente in zona collinare con circa 1600 ettari vitati, con il 65 % di vitigni a bacca bianca. L’incontro tra le Alpi Marittime e l’Appennino crea una naturale barriera alle fredde correnti provenienti da nord. Il clima è mediterraneo, con forti escursioni termiche, le quali condizionano in modo favorevole il corredo aromatico delle uve. I vigneti salgono fino a 500/600 m slm e grazie alle fresche brezze marine le malattie fungine sono drasticamente limitate. Il territorio convenzionalmente è diviso da Genova in due aree distinte, la Riviera di Levante e quella di Ponente, le quali sono molto diverse anche dal profilo vitivinicolo. In provincia di Imperia, al confine con la Francia, tra la Valle Nervia e la Val Crosia, si produce nel comune di Dolceacqua il Rossese, incontrastato vitigno di questa zona, che dà il meglio di sé dopo 3-4 anni d’invecchiamento, con i suoi profumi di marasca e fragole è un ottimo compagno sugli arrosti, in particolare il coniglio. A Campochiesa, lo stesso vitigno (Rossese), coltivato lungo la costa, dà vini meno colorati e tannini molto più morbidi, ottimo vinificato in rosato con una zuppa di crostacei. Lungo le valli che risalgono il Colle di Nava, troviamo un antico vitigno: l’Ormeasco, intensamente vinoso, con note di more e viola, dà vini di pronta beva, lo si trova pure in versione rosato con il nome di Sciacchetrà. Nella fascia collinare tra Sanremo e Taggia, non perdetevi il Moscatello, delicatamente dolce e frizzante. Nel 1500 Ortensio Lando nel suo Commentario delle più notabili e mostruose cose d’Italia scrisse: «tanto buono che se in un tinaccio di detto vino mi affogassi parerebbemi far una felicissima morte».

Il Pigato è forse il vino di maggior prestigio del Savonese, il suo nome sembra che derivi da «pigau», cioè macchiettato, per le piccole macchie color ruggine presenti sull’acino. Il Pigato e il Vermentino, strettamente imparentati tra loro, trovano nella piana d’Albenga e lungo la strada che porta a Pieve di Teco, la zona più classica per la loro coltivazione. Ottimi con piatti di verdure ripiene e i risotti alla marinara. Obbligo di sosta tra i villaggi di Noli e Spotorno per gustare l’autoctono bianco chiamato Lumassina.

Attraverso la Val Polcevera, si entra in territorio di Genova; è sulle alture della Coronata che troviamo la Bianchetta, vino bianco, fresco, che consigliamo sulla classica frittura di paranza. Lasciando Genova verso Levante, ci fermiamo ad Altare, dove nella piccola frazione di Uscio nell’entroterra, ci fermiamo a gustare il gradevole Dolcetto prodotto. Dopo questa puntata in «rosso», mangiamo a Camogli. E sfiorando il Monte Portofino, con qualche vigneto sparso qua e là, giungiamo nella frazione di Nozarego (S. Margherita Ligure), dove degustiamo, accompagnati dai pansoti alle noci, un bianco locale molto profumato, prodotto con i vitigni Bosco, Bianchetta e Rollo, e tra i rossi il fragrante Ciliegiolo, dal caratteristico aroma di ciliegia, assolutamente da bere giovane, d’abbinare al classico «bagnun» (acciughe e pomodoro in umido).

«L’ampia curva di Sestri oltre s’allarga. Di qui vigneti sotto biondo sole, da Bacco prediletti, altri contemplano Monterosso e Corniglia, con i giochi così famosi per i dolci pampini», siamo in provincia di La Spezia e questi sono i versi con cui il Petrarca descriveva le Cinque Terre. In questa provincia si produce quasi il 50 % del vino ligure, sulle colline intorno al Levanto troviamo il Sangiovese, ma è nelle Cinque Terre, i cui vini potrebbero bastare per una non breve monografia, che ci arrestiamo per gustare non solo il panorama, ma la freschezza dell’Albarola, l’esuberanza del Bosco e l’eleganza del Vermentino, tutti vitigni a bacca bianca, e gustare quella perla dell’enologia che è lo Sciacchetrà. Concludiamo il nostro giro alla foce del fiume Magra, siamo nella D.O.C. Colli di Luni, dove i vini prodotti già allietavano le legioni di Roma.

Colli del Mendrisiotto 2018
Quasi il 35 % della superficie vitata del Ticino si trova nel Mendrisiotto. Di questi, 6,3 ha sono coltivati a Coldrerio, Balerna e Castel San Pietro, dall’Azienda Agraria Cantonale di Mezzana, diretta da Daniele Maffei. Il Merlot regna su questi terreni basici, ricchi di calcare e poveri d’argilla, i quali producono profumati vini bianchi. Qui lo Chardonnay, il Pinot Bianco, il Doral (Chasselas-Chardonnay), raggiungono un’ottima maturazione.

Il Colli del Mendrisiotto 2018 è ottenuto dai tre vitigni citati. Vino fresco e beverino è ottimo d’estate (ma non va trascurato durante il resto dell’anno). La piacevolezza dal Doral, i sottili aromi citrini del Pinot Bianco e i riconoscibili profumi fruttati e la morbidezza dello Chardonnay, vinificati in acciaio, fanno di questo vino (dal 1913) l’ottimo partner per un aperitivo, o per piatti estivi come il vitello tonnato, un carpaccio di pesce di lago e con i filetti di pesce persico con risotto.

 

 

/ Davide Comoli

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