Da Bergerac a Monbazillac e Cahors - Vinarte

Bacco Giramondo – I vini del sud-ovest francese – Seconda parte

Il nostro viaggio nel sud-ovest della Francia ci porta a Bergerac, una città piena di storia e di charme, sulle ondulate colline che sono il naturale prolungamento del St. Émilion: la frontiera tra Bergerac e Bordeaux è puramente amministrativa. Il clima è simile a quello girondino, l’influenza atlantica rende gli inverni dolci con moderate piogge. Bisogna però stare all’erta per il pericolo di gelate primaverili, piuttosto frequenti, e non vanno sottovalutate nemmeno le violente grandinate.

I suoli sono un misto d’argillo-calcare-ciottoloso. Qui la vigna è coltivata dall’epoca della conquista romana e la viticoltura fu senz’altro l’attività principale dei monasteri in epoca medioevale. Fu solo dopo la guerra dei Cento anni che gli olandesi, alla ricerca di vini dolci per i mercati del nord, diedero inizio alla produzione di vini bianchi liquorosi, che ancora oggi rivaleggiano con i più blasonati bianchi liquorosi di Bordeaux. Anche il vino di Monbazillac, il bianco più conosciuto della Dordogna, ha bisogno come i Sauternes della «Botrytis cinerea» per la sua produzione. Normalmente l’elaborazione di questo vino richiede il 73% di Semillon, 15% di Sauvignon Blanc e 12% di Muscadelle. Pressappoco le stesse proporzioni con una maggioranza di Semillon, le ritroviamo nei vini di Saussignac.

I vini rossi più quotati della Dordogna sono senz’altro quelli di Pécharmant, più strutturati dei rossi di Bergerac, il terreno di questa zona è ideale per il Malbec, il Cabernet e il Merlot. Con le uve delle migliori annate si possono produrre vini che abbisognano di un lungo soggiorno in cantina, in modo da ammorbidire i tannini ed elegantizzare il bouquet dei profumi.

Duras è una piccola città dominata da uno splendido castello che guarda verso l’ovest i vigneti del Bordolese.La zona produce dei rossi speziati e dei rosati; i vitigni sono principalmente quelli del Bordeaux, ma comprendono pure i vitigni locali interessanti come il Fer, Gamay, Syraz, Malbec e l’autoctono Abouriou. Solo una parte dei 1800 ettari è piantato a vitigni bianchi, gli stessi che troviamo nelle Graves (Semillion, Sauvignon, Muscadelle), in più l’Ugni Blanc e l’autoctono Ondenc, molto raro.

I vini rossi prodotti a Cahors sono considerati tra i migliori di Francia (lo confermiamo), e provengono dalla valle del fiume Lot e sono vini da bere dopo anni di riposo in cantina, magari con selvaggina. I vini di questa vallata conobbero momenti felici durante il dominio inglese sulla Guascogna (1300 circa). Attraverso il fiume Lot che si getta nella Garonna nei pressi di Aiguillon, i barili di vino potevano essere trasportati sino a Bordeaux per poi raggiungere l’Inghilterra. Nonostante le manovre sporche dei viticoltori Bordolesi (per questa ragione a Cahors non si coltiva il Cabernet, vitigno bordolese per eccellenza), nel 1720 il vino di Cahors raggiunse il suo apogeo. Il successo del black wine non aveva freno e in quel periodo intorno alla città c’erano più di 40mila ettari vitati, cifra enorme per quei tempi.

Fu la filossera di fine 800 a distruggere il vigneto di Cahors, e la cosa più grave fu che i viticoltori di quel tempo commisero l’errore di rimpiazzare il vitigno principe, il Cot, chiamato anche Malbec o Auxerrois (e con almeno 150 nomi diversi in Francia) con vitigni più precoci e produttivi per sopravvivere, e alla fine della Prima Guerra Mondiale il grande Vin Noir cadde nell’oblio. Fu solo nel 1947 che qualcuno cominciò di nuovo a coltivare il Cot. Dieci anni più tardi si assistette alla rinascita del vino di Cahors, dagli aromi intensi di frutti rossi, liquirizia, spezie, dai tannini nobili e grande struttura, che gli permettono una grande longevità.

La regione a sud di Cahors (dipartimenti du Tarn, Tarn-et-Garonne e Lot-et-Garonne), danno origini a due A.O.C., Gaillac e Fronton. La giacitura di questi vigneti è la somma di diversi fattori, in primis l’influenza climatica: il Mediterraneo non troppo distante, porta calore e vento secco; l’Atlantico porta le piogge; il Massiccio centrale, inverni freddi e gelate primaverili. Anche i fiumi hanno la loro parte: non solo danno i nomi ai dipartimenti, ma generano una moltitudine di microclimi. Infine l’influenza del suolo è molto differente da zona a zona.

Gaillac è il vigneto più antico del sud-ovest. Già sotto l’imperatore Domiziano (96 d.c.) si coltivava la vite. Gaillac possiede moltissimi e diversi vitigni. Questo spiega la grande diversità di stile nei vini: oltre ai bianchi bordolesi già citati, qui troviamo il Mouzac, che fornisce bianchi più o meno secchi, il Loin de l’Oeil in purezza o con il Sauvignon Blanc.

Tra i rossi troviamo vini prodotti principalmente con il vitigno Duras, seguito dal Fer Servadou, chiamato in loco Braucol e i soliti Cabernet, Syraz e il Gamay, con il quale si producono discreti «primeurs». Curiosi gli spumanti chiamati «Perlé», elaborati con il méthode gaillacoise o méthode rurale in altre regioni. Una volta s’interrompeva la fermentazione immergendo le botti nell’acqua ghiacciata, oggi invece si usano dei moderni refrigeratori. Provatelo con le Crêpes-Suzette.

Sul pianoro tra Tarn e la Garonna, la piccola regione di Fronton produce vini rossi e un po’ di rosati. La composizione del suolo delimita la zona. Troviamo un misto di suoli rossi, composti da ghiaia con una forte percentuale di ferro, mischiato ad argilla. Questo suolo è ideale per la coltivazione della Negrette, che produce un vino fruttato e debole di tannini: invecchia rapidamente, ecco perché nella composizione dei vini entrano per almeno il 30% i Cabernet Franc e Sauvignon, da bersi con il classico Magret de canard.

Arneis (Cascina Chicco)
Vitigno autoctono del Roero, l’Arneis matura sulle colline lungo la sponda sinistra del fiume Tanaro, dove la viticoltura è praticata da secoli. Fino a qualche decennio fa i filari dell’Arneis si alternavano a quelli del Nebbiolo, perché il profumo e la dolcezza di questo vitigno bianco attirava gli insetti e gli uccelli, risparmiando le uve rosse più importanti.

Il successo di questo vino è dunque abbastanza recente, raggiungendo un alto grado di popolarità negli anni Ottanta, quando grazie alla lungimiranza di alcuni produttori, tra i quali i fratelli Faccenda (Cascina Chicco), viene prodotto un vino bianco secco, che incontra subito il gusto della gente.

L’Arneis predilige i terreni leggermente sabbiosi, di colore giallo paglierino, ricorda al naso la cera d’api, fiori bianchi e miele d’acacia, molto persistente e fresco in bocca, lo consigliamo su piatti a base di uova e di pesce, ottimo su antipasti vari come il «vitello tonnato» e sui formaggi a pasta molle.

 

/ Davide Comoli